Pippo Civati

Intervista a Marco Guglielmo candidato segretario PD Lazio (3 febbraio 2014)

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(Marco Guglielmo clicca immagine per ingrandire)

Costruirò un nuovo PD Lazio che lavori su tre idee: ciclo virtuoso dei rifiuti, reddito minimo garantito e zero consumo di suolo

Agatino Grillo: Ciao Marco e grazie per quest’intervista. Vuoi presentarti?

Marco Guglielmo: Impossibile parlare di me senza passare per la mia storia politica.
Ho 34 anni e ho cominciato a far politica a 16, con la Sinistra Giovanile, di cui sono stato Segretario prima ad Albano e poi nella Federazione Castelli. A 27 anni sono stato eletto Segretario dei Democratici di Sinistra della Federazione Castelli, poi vicesegretario provinciale di Roma del Partito Democratico. Dal 2010 sono consigliere comunale nella mia città, Albano Laziale.

Agatino Grillo: Sei candidato alla segreteria del PD Lazio. Perché questa scelta?

Marco Guglielmo: La militanza all'interno del Pd è stata sinora una storia di passione, ma anche di sofferenza. Penso che oggi il Partito Democratico sia il partito delle occasioni perse e delle energie sprecate, ancora privo di un senso comune di appartenenza e di un riconoscibile rigore morale.
La mia candidatura parte sì dall'esperienza di Civati negli scorsi mesi, ma ha l'obiettivo e le potenzialità di andare oltre le porte del partito e dei recinti di appartenenza all'interno di esso, di parlare in campo aperto. Anche e soprattutto a tutti quegli “homeless” che vogliono ancorare a sinistra questo grande partito. Una sinistra non minoritaria, che vuole governare, consapevole che un Pd Lazio forte può incidere anche sull'attività amministrativa della nostra regione.

Agatino Grillo: Quali sono le idee forti a base della tua candidatura?

Marco Guglielmo: Prima di tutto, la credibilità, il rigore che ci piace: quello che deve tenere lontano il nostro Partito da tutti i conflitti di interessi, a cui faremo battaglia. Purtroppo quello della commistione tra interessi privati e pubblici non è solo un vulnus della destra: faremo chiarezza su questo, una volta per tutte.
Poi, l'Europa: che non può essere solo quella del rigore che invece non ci piace, dei conti da tenere, delle direttive da rispettare. Ma anche quella che, grazie ad un Pd forte in un PSE da tenere a sinistra, dia nuovo slancio alla crescita dei territori. Presenteremo un POR basato su tre cardini: una politica industriale per l'innovazione, la Metropolitana del Lazio, un piano energetico basato sulle rinnovabili.
E infine, il Partito, da legare strettamente e una volta per tutte al suo aggettivo, Democratico. Valorizzando i circoli attivi, attuando la massima trasparenza, creando una piattaforma informatica regionale, e, anche, facendo pagare chi sbaglia: dopo troppo tempo, reinseriremo la parola “responsabilità” nel nostro vocabolario.

Agatino Grillo: I candidati alla segreteria del PD Lazio sono tre: oltre te anche Fabio Melilli e Lorenza Bonaccorsi che hanno ricevuto già un chiaro appoggio dalle componenti più forti del PD.  La tua non rischia di essere una semplice “candidatura di disturbo” o di bandiera?

Marco Guglielmo: Penso e sono convinto che il nuovo segretario del Lazio sarà eletto da iscritti e cittadini (ricordo che si vota con primarie aperte) seguendo non gli interessi dei capi corrente ma attraverso una scelta consapevole tra programmi e idee diverse. Ed è per questo che in queste due settimane mi muoverò a più non posso, andando a cercare le migliori esperienze anche nelle provincie più lontane. Tra i tre, sono l'unico candidato che vuole davvero un Pd di sinistra, ma maggioritario e capace di andare fuori dai soliti steccati della sinistra stessa, e farò valere i temi forti che porterò in giro: vince solo chi gioca bene, e noi giocheremo benissimo, sorprendendo tutti.

Agatino Grillo: Passiamo allora ai programmi. Qual è il tuo?

Marco Guglielmo: Il mio programma nasce dal seguente ragionamento: alla nostra regione, il Lazio, serve un Partito Democratico forte, non una federazione di interessi convergenti da parte dei singoli eletti. Io voglio costruire un PD Lazio che abbia una strategia e chiari obiettivi da conseguire, che sappia scegliere per il bene comune anche andando contro gli interessi dei singoli. L’attuale PD Lazio è una entità debole, assente, anche noiosa e un po’ arrogante che non sa scegliere e che non è una squadra. In tal modo la stessa politica regionale è svilita così come è svilito il ruolo dei consiglieri regionali: sono i legislatori di uno stato grande come il Belgio, e dovrebbero ricordarsene.
La mia candidatura è una sfida a questo PD Lazio e un appello a tutti gli elettori del Pd e a quei tanti “rifugiati politici” che vorrebbero tanto trovare una casa politica degna di un ideale -la sinistra- un progetto e una sfida.

Agatino Grillo: Andiamo sul concreto. Tre idee per il Lazio?

Marco Guglielmo: Prima idea: un Lazio a rifiuti zero. Obiettivo concreto e tecnicamente fattibile; a patto che la nostra agenda non la scriva Cerroni o un qualunque altro monopolista di discariche e inceneritori. Dobbiamo invece investire tutto sulle forme di raccolta che puntino sul riuso dei materiali, asse fondamentale per creare posti di lavoro e un futuro più pulito.
Secondo: il consumo di suolo zero, che punti sul recupero dell’esistente e un’urbanistica dinamica, è il provvedimento più favorevole al settore edilizio e al bene delle generazioni prossime. Con una seria prevenzione possiamo evitare i disastri che abbiamo visto in questi giorni.
E tre, questione su cui si sta lavorando anche in rete con altri candidati regionali: il reddito minimo garantito. Siamo un partito di sinistra e dobbiamo impegnarci a ridare dignità a tutti, facendo finalmente sì che il diritto alla sussistenza non sia più la merce di scambio per un voto, e liberando i Comuni dall’assalto quotidiano della disperazione.

Agatino Grillo: Si parla poco di queste primarie del 16 febbraio 2014 per la scelta del segretario del PD Lazio. Si rischia un flop?

Marco Guglielmo: Il PD regionale deve immediatamente attivarsi a tutti i livelli per dare maggior pubblicità all’appuntamento del 16 febbraio. Lancio un appello agli altri candidati perché si discuta pubblicamente, nei circoli, nei quartieri, sui mezzi di informazione. Dovunque creiamo le condizioni perché il 16 febbraio non sia la data in cui si rivà a votare perché me Tizio o Caio mi hanno chiesto un favore, ma perché vogliamo dare a noi stessi una comunità bella e ambiziosa. Che riaccenda speranza e scriva un racconto nuovo.

Agatino Grillo: Grazie Marco, e buon lavoro.

Marco Guglielmo: Grazie a voi

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Approfondimenti

Sondaggio Porta a Porta: Renzi 75%, Civati 9%, Pittella 5%, Cuperlo 3% (23 settembre 2013)

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(immagine tratta dal Blog di Antonio Sicilia)
Nei sondaggi per le primarie dell’8 dicembre Cuperlo asfaltato non solo da Matteo Renzi (ormai vincitore annunciato) ma anche dal “primo vendicatore” pardon “primo rottamatore” Pippo Civati.

Secondo il sondaggio di Mannheimer (ISP) presentato a Porta a Porta lunedì sera 23 settembre Matteo Renzi continua ad avere un consenso stratosferico  tra gli “lettori” del PD come futuro segretario: 75% (era l’80% il 10 settembre). Pippo Civati in forte ascesa passa dal 3 (10 settembre) al 9%. Clamorosa la bocciatura di Gianni Cuperlo tra gli elettori del centro sinistra: registra un misero 3% (era l’1% il 10 settembre).
Il  sondaggio di Mannheimer conferma un trend rilevato anche da Epokè (Italia Oggi del 19 settembre 2013) che rileva che il 51,1% degli elettori voterebbe Renzi, che otterrebbe quindi una maggioranza assoluta. Il secondo posto toccherebbe a Civati, preferito da circa un elettore su cinque (20,2%) cui seguirebbe Cuperlo con il 13,2% delle preferenze.

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Dunque Cuperlo asfaltato non solo da Matteo Renzi (ormai vincitore annunciato) ma anche dal “primo vendicatore” pardon il “primo rottamatore”.

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Elly Schlein, OccupyPD, “Il PD è la nostra casa. Al Congresso io sto con Civati” (Termometro politico, 20 agosto 2013)

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Il PD è la nostra casa. Perché chi occupa davvero il PD non siamo noi, che difendiamo lo statuto e i valori fondativi di questo partito; i veri occupanti sono i 101, sono coloro che trattano il partito come fosse proprietà privata di alcuni capobastone. Al Congresso io sto con Civati

Ventotto anni, videomaker, una straordinaria esperienza  a Chicago nelle fasi finali della campagna elettorale di Obama, l’impegno nella campagna congressuale a favore di Pippo Civati, anima bolognese di OccupyPD (ruolo che le è già valso la partecipazione ad alcune trasmissioni televisive, tra cui Z a fine aprile e Piazza Pulita in maggio e in giugno): l’italo-americana Elly Schlein è oggi uno dei volti più in vista della next generation del Partito Democratico.

Elly, le cause che hanno portato alla nascita di OccupyPD sono note a tutti, ma vuoi raccontarci invece in che modo OccupyPD ha costruito la sua struttura ed è diventato un movimento organizzato?

In realtà OccupyPD continua a non essere un movimento strutturato. Abbiamo detto sin da principio che, facendo una battaglia contro le correnti, di certo non avremmo voluto diventare una nuova corrente anche noi. All’inizio ci siamo organizzati come potevamo: un hashtag, qualche gruppo su Facebook, a volte siamo stati invitati in televisione e di quelle occasioni, paradossalmente, abbiamo approfittato per conoscerci, fare rete, organizzarci. Ancora oggi la mobilitazione mantiene quel carattere di spontaneità che è stata la forza iniziale, quella delle occupazioni nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica: ci sentiamo e confrontiamo costantemente, anche tra le varie realtà territoriali, e ci organizziamo di volta in volta a seconda della situazione.

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Puoi tracciare un identikit dei partecipanti di OccupyPD? Chi si dimostra più sensibile alle vostre istanze e dove invece incontrate le maggiori resistenze?

Tracciare un “identikit” è impossibile perché proveniamo tutti dalle realtà territoriali, dalle sensibilità e dalle storie più diverse. Contrariamente a quanto pensano alcuni, ad esempio, non siamo tutti giovani. Del resto l’abbiamo sempre detto che non si tratta di una battaglia di età, ma di mentalità. Detto ciò, è vero che perlopiù siamo giovani tra i 20 e i 30, e, se vogliamo trovare un tratto che accomuni tutti fuori dalle consuete etichette, semplicemente frustrati e delusi da questo PD. E che ora, insieme, sognano di ricostruire uno spazio di centrosinistra vero e alternativo, che sia in grado di ascoltare davvero gli iscritti e gli elettori e di fare elaborazione politica per il paese, un partito che metta in rete le migliori esperienze e conoscenze che ci sono già, dentro e fuori dal PD, e che faccia una cosa che non gli abbiamo mai visto realmente fare: vincere. La cosa straordinaria è che, se le prime occupazioni sono state lanciate soprattutto da giovani democratici, da quando abbiamo cominciato ad organizzarci in rete in OccupyPD si trova di tutto, e siamo stati inondati di messaggi di sostegno da dentro e fuori il PD. Da iscritti che hanno alle spalle trent’anni di militanza e che ci affidano la loro delusione e l’ultima speranza, ad elettori che hanno smesso di votarci e che ci dicono “andate avanti, perché questa è una battaglia di tutti, e non vediamo l’ora di avere un buon motivo per votare il PD”. Le maggiori resistenze non le incontriamo dentro al partito, dove, soprattutto girando le numerose feste dell’unità, incontriamo iscritti ed elettori di ogni età che la pensano come noi. Le incontriamo fuori, in chi è già rimasto scottato e passa il tempo a spiegarci che non ce la faremo mai, che le cose non cambieranno mai, che il PD è già morto. Non è così, si può cambiare eccome. Basterebbe investire nel cambiamento la stessa energia che si spende a lamentarsi. Quindi dipende solo da noi, tutti insieme.

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Che cosa ti ha insegnato l’esperienza elettorale negli Stati Uniti, e quali sono le metodologie ed i processi che stai cercando di replicare anche da noi?

L’esperienza come volontaria a Chicago mi ha dato umanamente tantissimo, e mi ha profondamente segnato. Perché lì ho visto un popolo tendenzialmente molto meno attento di noi, molto meno interessato alla politica, ricominciare a credere profondamente in un progetto comune di cambiamento, e riappassionarsi alla politica nella sua forma più alta. Che è quella condivisa, che è quella di una battaglia comune. Obama è riuscito a dare una visione e far convergere le speranze, le esigenze e l’entusiasmo di persone completamente diverse in una stessa direzione. Era buffo entrare al quartier generale e vedere giovani liceali lavorare gomito a gomito con anziane pensionate di colore. È evidente che fossero lì per motivi differenti, e Obama ha saputo vincere perché li ha messi insieme, a lavorare fianco a fianco per far vincere la stessa visione del futuro. Su ciò che ho potuto osservare in termini di strategia elettorale potrei dilungarmi troppo, ma mi limito ad una considerazione: lì la differenza per Obama l’hanno fatta i volontari. Persone comuni, che non hanno tessera né funzioni di partito, né esperienza politica alle spalle. Possibile che qui da noi, a febbraio, il PD e la coalizione avessero a disposizione un albo delle primarie (con tutte le polemiche che è costato, tra l’altro) con oltre tre milioni di contatti che non sono minimamente stati coinvolti nella campagna elettorale? Niente. E quello è l’unico vero vantaggio che abbiamo rispetto a Grillo e Berlusconi, ma nessuno ha avuto l’intelligenza politica di utilizzarlo. Praticamente è come dormire su un tesoro.

La prima domanda che spesso sorge quando si ascoltano le vostre idee e i vostri progetti è: “ma cosa restano a fare queste persone nel PD?” Ti giro la domanda: perché restare nel PD? Al di là del senso di appartenenza e della fedeltà alla bandiera, perché lottare ancora per questo partito e invece non ripartire da zero con una formazione nuova? Perché oggi qualcuno dovrebbe ancora scommettere e investire energie nel PD?

Perché c’è un PD che non si vede. Che è quello dei tanti elettori ed iscritti che coi 101 non hanno niente a che fare, che non ne capiscono i moventi o che li capiscono fin troppo bene. Che è quello dei tanti sindaci PD che, anche se nessuno lo ha detto in campagna elettorale, amministrano i “comuni virtuosi”, lavorando per il cambiamento, quello vero, nella vita di ogni giorno e portando risultati concreti, di solito nell’indifferenza dell’alta dirigenza del partito. Perché restare qui? Perché è casa nostra. Perché chi occupa davvero il PD non siamo noi, che difendiamo lo statuto e i valori fondativi di questo partito; i veri occupanti sono i 101, sono coloro che trattano il partito come fosse proprietà privata di alcuni capobastone. Sempre bravissimi a riunirsi davanti ai caminetti, tra l’altro, ma mai una volta che riescano a vincere le elezioni. Siamo qui perché siamo convinti – lo percepivamo prima e ne abbiamo avuto conferma strada facendo – che la “base” del PD sia molto più avanti di questa dirigenza, ormai autoreferenziale e chiusa in se stessa. E quindi certo, non sarà facile cambiare le cose, ma vale la pena tentare. Anche perché si tratta di una cosa banale come far applicare il nostro statuto, secondo cui sono gli elettori ed iscritti a scegliere gli organi dirigenti e la linea politica del PD. Ma chiedete un po’ ai circoli se finora è stato davvero così.

L’importanza della rete, l’orizzontalità del processo democratico e la trasparenza interna spesso hanno fatto accostare OccupyPD al MoVimento 5 Stelle. Cosa vi accomuna e cosa vi differenzia dai grillini, al di là ovviamente della bandiera di partito? Quali parti dell’esperienza del M5S ritenete debbano essere presenti nel PD che immaginate e quali invece considerate un esempio negativo da non imitare?

Personalmente credo che da Grillo ci siamo fatti fregare dei temi fondamentali che avrebbero già dovuto essere al centro della nostra azione politica da tempo (e magari lui al 26% non ci sarebbe arrivato). Sto parlando dell’ambiente, della green economy. Della rete e delle sue potenzialità anche per lo svolgimento del dibattito democratico. Sto parlando del digitale, della lotta alla corruzione e al conflitto di interessi, in tutti i suoi generi. Dopodiché io credo che Grillo non sia la soluzione. Non lo è perché non ha saputo dire nulla, ad esempio, sui diritti civili, non ha una visione complessiva dell’economia, non si capisce cosa voglia far per il lavoro. E non ha detto nulla perché sa che il collante è un (parzialmente legittimo) “Vaffanculo” a tutti, mentre è molto più debole nella sua parte propositiva. Ma la cosa più allarmante trovo sia la questione della democraticità: non c’è nulla di più antidemocratico dell’affermazione “non ci fermeremo fino a che avremo il 100% del parlamento.” In una società democratica il pluralismo è una precondizione necessaria, oltre che un grande valore, ed il partito unico ha un sapore antico ed inquietante. Come non è tollerabile mettere alla porta chiunque osi mettere in discussione i toni del leader. Nelle quotidiane, lunghe discussioni con i sostenitori del M5S che ci incalzano ad uscire dal PD, spesso ci ritroviamo a ricordare loro che il PD sarà pure un disastro, ma intanto noi non veniamo sbattuti fuori perché lo diciamo.

Spesso per zittire le forme di opposizione interna le si taccia di essere forze unicamente distruttive, senza reali proposte di alternativa. Ecco, quali sono le vostre proposte per il partito? Come deve essere il PD secondo OccupyPD e con quali strumenti intendete raggiungere il vostro obiettivo?

OccupyPD è passato quasi subito dalla protesta (contro lo formazione del governassimo) alla proposta. È un’esigenza che abbiamo sentito già quando siamo andati a protestare davanti all’Assemblea Nazionale dell’11 maggio, in cui abbiamo portato 4 punti che abbiamo sottoposto all’Assemblea. Abbiamo chiesto un congresso aperto, vero, rifondativo. Perché quanto accaduto negli ultimi mesi ha minato alle radici l’identità di questo partito, e bisogna ridefinire le fondamenta di quel che ci tiene insieme. Abbiamo chiesto un partito che si apra alla società civile, che torni ad essere protagonista dei grandi movimenti di opinione e battaglie in difesa dei diritti, un luogo dove si possa sentire a casa tanto chi lotta contro le mafie, quanto chi ha si batte per uno sviluppo sostenibile. Perché in questi anni tutto il movimento che c’è stato (pensiamo a “Se non ora quando?”, pensiamo al “Popolo Viola”, pensiamo ai referendum su acqua e nucleare) è stato fuori dal PD?
A giugno abbiamo organizzato una giornata, a Bologna, che partiva proprio dall’esigenza di mettere insieme “102ideepercambiare il PD”. La nostra risposta ai 101. E “la rivoluzione parte dal metodo”, quindi per la giornata abbiamo utilizzato metodologie partecipative innovative e, anziché le classiche assemblee da cui non si riesce a trarre una sintesi, ci siamo messi attorno a dei tavoli di lavoro a chiederci come rendere effettivamente il partito più aperto, come ridare voce per davvero ad elettori ed iscritti, e come superare le dannate logiche correntizie che sono quelle che hanno condannato allo stallo il PD sino ad ora. Ne è emerso un documento che trovate su www.occupypd.it e che raccoglie le proposte emerse dalla giornata. Proposte che stiamo portando in giro, e che vogliamo lanciare all’interno di un dibattito congressuale ancora troppo schiacciato sui nomi e sulle squadre, e troppo lontano dai temi. Alcuni strumenti su come far incidere la volontà di elettori ed iscritti sulle scelte della dirigenza, ad esempio, sono già previsti a statuto, ma non sono mai stati attuati. Non molti sanno che l’art.27 prevede la possibilità di un referendum tra iscritti.

OccupyPD ha proposte solo legate al rinnovamento del partito o ha anche idee per il Paese?

Ad ora ci siamo occupati perlopiù del partito. Riformare profondamente questo PD, e dargli un senso che pare aver perduto sulla strada delle larghe intese, è il primo passo per poter offrire un cambiamento reale al Paese. Ovviamente abbiamo tutti delle idee per il Paese, su quali siano le priorità e i grandi temi da affrontare nella prospettiva di un cambiamento reale. C’è l’emergenza del lavoro, c’è il problema di un fisco che non funziona, c’è da affrontare il tema delle profonde diseguaglianze sociali che soffocano il Paese. C’è il ritardo enorme accumulato sul fronte dell’ambiente, del digitale e della cultura. Tutte cose che negli altri paesi europei danno lavoro, ma che qui vengono ignorate. Però come OccupyPD, a parte un costante e quotidiano confronto tra noi, non abbiamo elaborato proposte comuni; anche perché non avremo un candidato nostro al Congresso, e saranno i candidati a dover offrire una visione completa e concreta sul futuro del partito e del Paese. Le due cose sono strettamente connesse: noi non siamo “ossessionati dal PD”. Noi vogliamo cambiare il PD perché questo PD non è stato in grado di cambiare il Paese.

OccupyPD è indubbiamente un movimento in crescita: come hai già avuto modo di raccontare gli attestati di stima e di fiducia che state ricevendo si moltiplicano ogni giorno. Ritenete di aver già raggiunto la massa critica per cambiare veramente il PD? Ma soprattutto, in che modo intendete utilizzare il capitale umano e di fiducia che in questo momento avete in mano?

La nostra battaglia è sorta proprio sul presupposto che “siamo più di 101″. E ne abbiamo avuto conferma nei mesi successivi, nel confronto costante con elettori ed iscritti, delusi e arrabbiati come noi. Ma al contempo c’è una grandissima voglia di partecipare, ci sono persone che, mentre gli iscritti storici non rinnovano le tessere, stanno facendo ora la tessera per darci una mano nella battaglia di cambiamento. E lo fanno consapevoli che l’unico modo per cambiare davvero questo PD, e per mettere in minoranza chi ragiona come i 101, è travolgerli con un’ondata di partecipazione e di passione politica. E avremo l’occasione di farlo al congresso, dove le primarie devono essere aperte come sono sempre state. Noi avremo questo semplice ruolo: far capire ad elettori ed iscritti, soprattutto i tanti delusi, che c’è ancora speranza, che c’è una possibilità di cambiare tutto, e che ci riusciamo soltanto se tutti ci prendiamo la responsabilità di partecipare e costruire un’alternativa.

Elly, è inevitabile che le vicende di OccupyPD si intreccino con quelle del prossimo congresso del PD. Ad oggi non risulta che il movimento abbia espresso un proprio candidato alla segreteria né che abbia deciso ufficialmente di appoggiare uno dei candidati già in lizza. Tu però sei apertamente schierata a favore di Pippo Civati. È un’idea personale oppure prelude ad una scelta dell’intero OccupyPD?

La mia è una scelta personale, abbiamo sempre detto che OccupyPD riunisce sensibilità diverse e non è detto che tutti voteremo lo stesso candidato. Certo, pare molto difficile che chi ha vissuto l’esperienza OccupyPD si metta a sostenere un candidato dietro cui si cela l’apparato, o dietro cui si celano i 101. Candidati fortemente alternativi ce ne sono già ufficialmente in campo, io sto con Civati, ma altri potrebbero ancora candidarsi e ognuno farà le sue valutazioni. So che moltissimi degli altri hanno già fatto la mia stessa scelta, non solo per la coerenza e la concretezza, ma anche per il semplice fatto che Civati queste cose le diceva da prima del disastro.

Civati non è il solo a chiedere un rinnovamento radicale del partito, e non è neppure l’esponente PD più in vista a caldeggiare le istanze di chi vuole un reset dell’attuale dirigenza. Quindi, perché Civati?

Per mille ragioni, senza nulla togliere ad altri interpreti del cambiamento. Perché Civati in questi ultimi anni ha dimostrato una coerenza che ormai è merce rara. Perché ha avuto il coraggio di fare le battaglie giuste, anche da solo, e di dire le cose come stavano anche quando ha significato inimicarsi la dirigenza del partito. Perché ha avuto la curiosità di interrogarsi a fondo sul fenomeno Grillo mentre gli altri l’hanno liquidato frettolosamente, col risultato che abbiamo visto a febbraio. Perché in questi anni ha girato tutto il territorio ed ha studiato, ha cercato di mettere in rete le intelligenze migliori sui vari settori, ha dedicato attenzione a tutti quei temi che per me dovrebbero essere al centro di un centrosinistra all’altezza del suo ruolo. E che invece abbiamo lasciato ad altri. E poi perché è in grado di parlare oltre i confini del PD, a tutti coloro che abbiamo perso per strada negli anni, che hanno smesso di votarci o di votare. E infine, perché solo Civati fa una cosa che mi sta particolarmente a cuore: propone l’inversione di quel modello deleterio dell’uomo solo al comando, che ha condannato il nostro Paese all’arretratezza. Propone una politica che torni ad essere partecipata, affollata, condivisa. Che solo così può produrre le soluzioni giuste per il Paese. “Mi chiedono chi c’è dietro di me,” ha detto lanciando la sua campagna a Reggio Emilia. “Nessuno. Ma vedo un sacco di gente davanti.” Questo è lo spirito giusto. Prima di guardare ai delusi di centrodestra, io voglio un segretario che sappia parlare ai delusi dal centrosinistra, che alle elezioni sono sempre di più.

Elly, ti ringraziamo per il tuo tempo e la tua disponibilità, e ti auguriamo ovviamente un grande in bocca al lupo per le tue battaglie. Speriamo di poterci risentire ancora nei prossimi mesi per avere una finestra aperta sul mondo di OccupyPD in vista delle prossime sfide che attendono il vostro movimento, il PD e l’intero Paese.

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Pippo Civati: «Io un professionista del conflitto? Da Letta atteggiamento paternalistico» (Corriere della Sera, 20 agosto 2013)

Politica: 

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  • Fonte: in pdf  e txt  su rassegna stampa comune di Roma

Enrico Letta usa termini dispregiativi verso chi non è d'accordo, ma la guerra viene dal Pdl. Dal governissimo al partitissimo?  Sarò un criticone, ma il Pd voti la decadenza del Cavaliere

  • di Gorodisky Daria

«Io destinatario di quel “professionisti del conflitto” pronunciato da Enrico Letta? Il problema di Letta e del governo è politico. I1 suo atteggiamento molto paternalistico degli ultimi tempi nasconde problemi interni a questa maggioranza, nata su logiche a dir poco discutibili. Il Pd prometteva un esecutivo di cambiamento e poi ha portato le larghe intese...».
Giuseppe Civati, deputato pd in corsa per la segreteria del suo partito, rappresenta l'area critica verso l'alleanza Pd-Pdl.

Domenica Letta ha detto alla platea di Comunione e liberazione anche che c'è chi preferisce «lo scontro permanente al merito dei problemi»...

«Usa termini dispregiativi verso chi non è d'accordo con lui. Mi dispiace che insista nel banalizzare chi ha idee diverse dalle sue. Oltre tutto le cambia. Adesso, per esempio, dice legge elettorale subito": per me "subito" era tre mesi fa, quando con altri abbiamo proposto di anteporla alle riforme istituzionali. Avrebbe fatto meglio a dire che ha recepito le nostre posizioni. Senza riconoscimento reciproco, non si costruisce».

...e ha puntato il dito contro la presunta «superiorità morale» di qualcuno.

«Il punto è: cosa si riesce a fare in questa maggioranza? Subisce ultimatum tutti i giorni, attraversa una crisi ogni settimana. Letta parla di pacificazione: quelli sì sono temi astratti, quello sì è moralismo. In realtà Letta, nonostante le sue continue rassicurazioni, sta già usando toni da crisi di governo».

Il Paese ha bisogno di «pacificazione»?

«La guerra viene dal Pdl. Il resto è sana dialettica politica e cultura dell'alternanza di governo: negli Usa, in Gran Bretagna, in Francia, il confronto fra le parti è durissimo. L'unica vera pacificazione necessaria qui è quella con i cittadini, il che è un problema molto più profondo».

Cioè?

«Questo governo non ha affrontato i nodi politici principali. Sull'Imu, siamo ancora in attesa che esca una soluzione dalla lampada di Aladino. E poi è ora di finirla con il mito dell'emergenza: sono due anni che andiamo avanti con le larghe intese, prima con Monti, ora con Letta. È tempo di tornare alla democrazia delle alternanze».

Con il documento di Francesco Boccia la fedeltà a governo e larghe intese entra nel vostro dibattito congressuale.

«Boccia introduce una matrice che si vorrebbe applicata al partito: o siamo tutti d'accordo, oppure non va bene. Ma allora a che cosa serve un congresso? Tanto vale iscriverci tutti al partito Letta, stampiamo una tessera speciale... Dal governissimo al partitissimo...».

C'è chi sostiene che non ci siano alternative alle larghe intese.

«Basta con questo tormentone, o ci condanniamo alla logica del non disturbate il manovratore».

Come giudica i temi posti da Letta al Meeting di Cl?

«Mi sembrano ormai provate la sua scelta centrista e conservatrice e la sua volontà di inserire il Pd in questo schema».

Il Pdl, per Berlusconi, ora chiede più tempo in Giunta. E una strada che il Pd potrebbe assecondare?

«No. Sono un criticone, ma la posizione espressa da Epifani e da Speranza è chiarissima: si va a votare la decadenza di Silvio Berlusconi. Perché la prima condizione di una democrazia è il rispetto della legge».

Non le risultano trattative su un'ipotesi dilatoria?

«Non voglio neanche immaginarlo. Incontro sempre nostri elettori e simpatizzanti, e so che trattare su questo è proprio la cosa da non fare».

 

Civati: “Il Pd non salverà Berlusconi. La crisi l’ha già aperta lui” (l’Unità, 19 agosto 2013)

Politica: 

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Io e Matteo Renzi su una cosa siamo in sintonia: sulla necessità di dare al Paese riforme che abbiano il segno della cultura liberale che è mancata anche a causa di questa destra

  • di Maria Zegarelli

Lontani i tempi della prima Leopolda quando il giovane sindaco e il giovane professore spalla a spalla picconavano la struttura granitica del partito e chiedevano aria nuova, rottamazione ...
Tanto che Matteo Renzi e Pippo Civati al prossimo congresso Pd saranno l’uno contro l’altro, «ma sono ormai due anni che Matteo ed io abbiamo preso strade diverse», dice il deputato dem sempre contro corrente e per niente affezionato alle grandi intese e piuttosto pessimista sul futuro del governo Letta.

Civati, Augusto Minzolini dice che o si arriva ad una soluzione politica sulla decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi, anche con la collaborazione del Pd, o sarà crisi di governo.

«Di fatto la crisi di governo l’hanno già aperta, lo sostengo da quindici giorni. Usano continuamente toni ultimativi, fanno chiamate in correità al Pd malgrado la nostra posizione al riguardo sia molto chiara: non siamo interessati a salvare Berlusconi».

Crede che alla fine prevarranno i falchi del Pdl?

«Spero che prevalga il buon senso e finora non ne ho visto molto. Berlusconi fa parlare ogni giorno i suoi ministri, non è soltanto Minzolini a lanciare ultimatum. Ma dal momento che il Pd ha detto che voterà per la decadenza di Berlusconi non capisco perché continuano a chiamarci in causa».

Molti osservatori ormai danno per chiusa la parabola del Cavaliere, il quale ha però assicurato che non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Come crede andrà a finire?

«Il punto politico è che Berlusconi è il Pdl e il Pdl non ha autonomia alcuna da Berlusconi, considerato che tutti i parlamentari sono stati nominati direttamente da lui».

Napolitano e Letta hanno ribadito che una crisi di governo adesso sarebbe una sciagura per il Paese. Come potrebbe il Pdl provocare uno strappo così grave con il Colle?

«La cosa ideale sarebbe quella di separare il destino di Berlusconi da quello del governo, ma dobbiamo prendere atto che questo esecutivo lo abbiamo fatto non con la Merkel, non con la Thatcher ma con Berlusconi. Sapevamo che stavamo facendo un patto con il diavolo quindi non capisco quanti oggi si stupiscono delle fibrillazioni a cui viene sottoposto il governo ogni giorno».

Quindi secondo lei non sopravviverà al voto in Giunta?

«Il termine "sopravvivere" la dice lunga. Questo governo non dovrebbe sopravvivere alle vicende personali di Berlusconi, dovrebbe vivere. Invece da settimane balla sul baratro, non sono affatto convinto che riesca a superare la prova del voto in Giunta».

Francesco Boccia ha preparato una mozione "blinda governo" da sottoporre a tutti i candidati alla segreteria del Pd. Lei ha detto che non la firmerà. Perché?

«Perché continuiamo a basare tutto sulla fedeltà ad una scelta che io personalmente non ho condiviso per tempi obiettivi e modalità. Al congresso avrò una mia mozione che andrà nella direzione opposta rispetto a Boccia».

Quindi se lei diventasse segretario non si impegnerebbe a sostenere questo governo?

«Cosa vuol dire sostenere questo governo? Non lo stiamo facendo ogni giorno in Parlamento votando tutti i decreti legge che presenta? Sosterrò questo governo quando con la sua maggioranza ribadirà la necessità di approvare con urgenza la legge elettorale, quando non fisserà tempi lunghi fino al 2015 per la sua azione politica. Non vorrei che il congresso Pd fosse un congresso per stabilire chi è più vicino al governo».

Proprio oggi Letta ha ribadito che la priorità è la legge elettorale.

«Sono contento se l’impostazione del governo cambia perché a luglio ci ha fatto bocciare la proposta di Giachetti che anteponeva l’approvazione della legge elettorale alle riforme».

Renzi ancora non scioglie la riserva sulla sua candidatura. Perché secondo lei prende tempo?

«Mi sembra un po' attendista, anche se da parte sua è legittimo aspettare di capire come e quando si svolgerà il congresso. Matteo è così, altri candidati, come me e Cuperlo, sono partiti prima, forse perché abbiamo una maggiore attenzione al Pd mentre altri hanno anche aspettative che vanno oltre il partito. Spero solo che il confronto parta quanto prima».

Cosa la allontana di più dall’ex collega della Leopolda?

«Quello che più ci divide credo sia la cultura politica, l’attenzione nei confronti del partito rispetto al quale lui ha preso posizioni indipendenti mentre io le ho prese nel partito. All’inizio Matteo non era neanche interessato alla segreteria, puntava alla premiership e basta. Ma le differenze sono tante: io guardo a Sel per una alleanza futura, a un Pd che dia molta attenzione alle questioni egualitarie... forse soltanto su una cosa siamo in sintonia: sulla necessità di dare al Paese riforme che abbiano il segno della cultura liberale che è mancata anche a causa di questa destra».

Renzi chiede l’abolizione totale del finanziamento ai partiti. Lei?

«Condivido l’impostazione che ha dato il governo: trasformare il finanziamento con l’attenzione a non ridurre la politica a un fatto riservato a chi ha più risorse economiche. Su questo non ho le stesse posizioni di Renzi, Grillo e Di Pietro, anche se è evidente che in passato si è abusato dei rimborsi elettorali. Ma non si può cedere alla tentazione di buttare via tutto perché qualcosa non ha funzionato».

Anche lei pensa che il Pd vada rivoltato come un calzino?

«Affatto. Il Pd è un grande spazio politico, da costruire con un’organizzazione al passo con i tempi, in grado di ospitare il meglio di quello che la società sa esprimere. Ho un’idea molto rispettosa del partito che penso debba essere organizzato in modo democratico, non mi piacciono i messaggi liquidatori. Questo problema molto presto lo dovrà affrontare anche Grillo».

Pippo Civati: “Io e Matteo” (Repubblica Tv, 10 agosto 2013)

pippo civati

  • Fonte: video.repubblica.it, titolo originale “Civati: "Renzi si occupa troppo poco del partito"”

Pippo: Matteo ha ragione a volte nel PD manca l’aria. Ma è una cultura della vita e dello stare insieme  che occorre recuperare. È necessario se vogliamo, attraverso il partito, cambiare l’Italia

  • di Francesco Gilioli

Pippo Civati, alla festa del Pd di Botticino in provincia di Brescia, ha lanciato un messaggio di disponibilità a Matteo Renzi.
“Dopo la Leopolda - ha spiegato Civati - sono stati due i motivi di contrasto con il sindaco di Firenze: il suo appoggio incondizionato a Marchionne e il fatto che si sia sempre occupato troppo poco del partito. Ma se Matteo lo vorrà, io sarò un suo avversario fino al 24 novembre, poi potremo collaborare”.

Il video

  • Qui on line qui da scaricare in formato mp4 (18 M, 3 minuti circa)

Sostiene Civati

Il motivo vero che mi ha allontanato da Matteo è la sua concezione del Partito. In un pagina del suo libro “Fuori!” del 2011 Matteo scrive, immagino riferendosi a me, che tra gli organizzatori della prima Leopolda del 2010 c’è qualcuno  che vuole farsi “una correntina” anzi uno “spiffero”.

fuori

Ecco io penso che Matteo si occupi troppo poco del partito mentre è necessario impegnarsi anche nel PD.
Renzi ha ragione: a volte manca l’aria nel PD. Ma è una cultura della vita e dello stare insieme che occorre recuperare.
È faticoso. Perché c’è gente che non la pensa come te.
Pure è necessario se vogliamo, attraverso il partito, cambiare l’Italia.

Pippo Civati: caro Stefano, c’è davvero bisogno di un nuovo partito? (8 agosto 2013)

civati

Se non abbiamo idee forti, siamo morti ma di piccole etichette a sinistra ne abbiamo già viste molte, abbiamo apprezzato albe radiose e vertiginosi tramonti. Sarebbe un peccato disperdere e disperderci, proprio ora, senza trovare una chiave comune per cambiare. Il Congresso del Pd è l'occasione, uniti, per cambiare le cose

  • di Pippo Civati

Caro Stefano (nel senso di Rodotà),
ho seguito la conferenza stampa tua, di Maurizio Landini e Gustavo Zagrebelsky. Ne ho apprezzato toni e contenuti e mi è sembrato uno dei pochi momenti nei quali si sia fatta politica, nelle ultime stravolte settimane.
Se non abbiamo idee forti, siamo morti, mi scrive un amico caro.
E l’altra sera ne ho discusso con Jacopo Fo, che giustamente richiamava la politica alla concretezza che solo un cambiamento radicale di punti di vista può assicurare.
Solo mi chiedo e ti chiedo, rivolgendomi a te con la stima di sempre: dove lo facciamo, questo dibattito? Qual è l’occasione vera e largamente partecipata per discuterne? Quali modalità di emergenza (parola rovesciata in questi giorni, per le solite urgenze del solito qualcuno?) adotteremo?
Perché sono dispiaciuto, ma le nozze scozzesi (tua definizione) del M5s proseguono, nonostante il parere (altrettanto dispiaciuto) di milioni di elettori. Perché di piccole etichette a sinistra ne abbiamo già viste molte, abbiamo apprezzato albe radiose e vertiginosi tramonti.
Come sai, penso che l’unico luogo di dibattito sia il Congresso del Pd.
L’unica speranza – che certo appare paradossale – di cambiare le cose in profondità.
L’unico modo per non consegnare alla destra (perché questo stiamo facendo) e all’indistinto tutto il patrimonio di passioni, esperienze, anime (belle, anzi bellissime) che hanno formato una storia preziosa, da Dossetti a Berlinguer, da Pertini ai ventenni di oggi, che ci guardano con speranza e smarrimento, ma che sono giovani davvero. E liberi più di quanto lo siano state le generazioni di mezzo, nelle terre di mezzo di una politica compromissoria e inconcludente, incapace di cambiare prima di tutto se stessa.
L’unico modo per portare i diritti degli ultimi e di coloro che rischiano, che investono sul futuro, che studiano e che lavorano al governo del Paese, e non all’opposizione di un altro governissimo (o, forse, governino) così.
Vorrei un tuo parere e, te lo dico spudoratamente, vorrei contare su di te.
Sarebbe un peccato disperdere e disperderci, proprio ora, senza trovare una chiave comune per cambiare. E riscattare il presente, il passato e anche il futuro.
So benissimo che è un disegno folle, secondo le consuetudini di oggi, e le convenienze di tutti e di ciascuno. Ma io penso che la sinistra proprio questo debba fare, proprio questo debba essere.
Con affetto,
Pippo

 

Videoforum Pippo Civati: i 101, Matteo Renzi, Kyenge, Berlusconi, Costituzione, Papa Francesco (Repubblica.tv, 30 luglio 2013)

Politica: 

Civati a Repubblica TV

Tutto quello che avreste sempre voluto sapere su Pippo Civati e non avete mai osato chiedere!

  • Conduce Silvia Garroni

Giuseppe Civati, detto Pippo, classe ‘75, è deputato Pd dal 25 febbraio 2013. Consigliere in Lombardia dal 2005 al 2013 è membro della direzione nazionale. Già nel 2012 annunciò di volersi candidare a segretario.

Video integrale

  • on line e da scaricare (mp4 , 258 mega , 258 M, 42 minuti circa) – consigliato solo ai “civatiani duri e puri”

Gli spezzoni più interessanti

  •   consigliato a civatiani moderati, cuperliani, renziani dubbiosi …

Civati: “I 101 sono quelli a cui piacciono le larghe intese”

I lettori vogliono sapere da Civati i nomi dei parlamentari che hanno votato contro Prodi alla presidenza della Repubblica. ''Non lo so - risponde - di fatto  i 101 non si sono mai manifestati. Certamente erano parlamentari esperti e hanno  fatto un colpo di biliardo fantastico: tre colpi in uno solo. Hanno fatto fuori Prodi, Bersani e l'alleanza di centro sinistra.''

 Civati: “Il leader del Pd non deve essere un narcisista invasato”

“Io devo fare il segretario perché parlo sia con il sindaco di Firenze che con Cuperlo ma niente personalismi  si tratta di costruire un progetto politico che dia voce a un elettorato deluso”. Così il candidato alla segreteria del Pd Pippo Civati a Rep Tv.  

  • on line e da scaricare (mp4 , 6.5 M, 1 minuto circa)

Kyenge, Civati: “Cécile non va lasciata sola”

"Il ministro va sostenuta soprattutto politicamente ed è necessario che il partito difenda le sue battaglie con iniziative politiche". Così Pippo Civati sugli attacchi razzisti al ministro dell'Integrazione

  • on line e da scaricare (mp4, 16 M,  2,30 minuti)

Processo Mediaset, Pippo Civati: “Il Pd non stia a guardare”

“Berlusconi politicamente rimane a prescindere alla sentenza della Cassazione, il Partito democratico dovrebbe fermarsi un momento e riflettere”. Così Il candidato alla segreteria del Pd Pippo Civati a Rep Tv.

Civati: “Nel Pd mi sento solo come la particella di sodio”

Sulla proposta di modifica dell'articolo 138, che è la chiave per cambiare la Costituzione, Pippo Civati, candidato alla segreteria del PD ospite del videoforum su Repubblica tv, risponde "Io non la farei, ma ora non sono io a dettare legge nel PD, anzi, a volte mi sento isolato come la particella di sodio della famosa pubblicità".

Civati: “Quasi ci supera a sinistra anche Papa Bergoglio”

''Sono rimasto molto colpito dal viaggio de Papa, quasi ci supera a sinistra anche Bergoglio. Comunque - dice Civati - i matrimoni gay li farei domani,  i diritti civili non sono negoziabili. E intanto cerchiamo almeno di fare la legge contro l'omofobia''.  Conduce Silvia Garroni

  • on line e da scaricare (mp4 , 18 M 3 minuti circa)

 

Appello di Pippo Civati a Cuperlo, Pittella e Renzi contro il Politburo del PD (28 luglio 2013)

civati

Verso il comitato di liberazione nazionale del PD? Civati propone azione comune a Cuperlo, Pittella e Renzi

Cari Gianni e Matteo …
I Gianni sono due, Cuperlo e Pittella.
Dal momento che le nostre posizioni mi sembrano molto vicine, per quanto riguarda le modalità di partecipazione al Congresso, che ne dite di prendere parola con una voce unica in previsione della direzione della prossima settimana?
Sarebbe proprio un bel segnale.

Articoli collegati

Pippo Civati: «Questo Pd fa piangere, non vede la primavera italiana» (Sette, Il Corriere della Sera, 19 luglio 2013)

Politica: 

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  • Fonte: vittoriozincone.it, titolo originale: «Questo Pd fa piangere, non vede la primavera italiana per paura di dover cambiare»

Il PD non si accorge che c’è una primavera italiana. Roba da esorcisti. Siamo all’espulsione degli elettori dal nostro bacino elettorale. Santanché è fondamentalmente una fascista. Spero si voti nella primavera 2014

  • di Vittorio Zincone

Quando vuoi sentire una cosa di sinistra da parte di un Pd, chiami Civati: no al merito senza uguaglianza, sì ai matrimoni gay, no agli F35, sì al testamento biologico, no alla condanna dei No Tav, sì alle manifestazioni della Fiom e al ritorno al fianco di Sel.
Soprattutto no e poi no al governo Letta/Alfano.
Giuseppe Civati, per tutti Pippo, 37 anni, unico parlamentare del Pd a essersi opposto esplicitamente alle larghe intese (le chiama «male intese»), è il disobbediente democratico, sempre più spesso non in linea col partito.
La settimana scorsa quando si è rifiutato di votare col Pdl la sospensione dei lavori alla Camera, una collega di partito gli ha dato del paraculo.
«Offendono invece di discutere il merito delle mie decisioni», dice.
Ex studioso di filosofia, ex consigliere regionale lombardo, blogger, twittarolo forsennato, è stato il primo a ufficializzare la sua candidatura a segretario del Pd.
Tendenzialmente non si trattiene: se sente parlare della sua alleata azzurra Daniela Santanché, sbotta: «È fondamentalmente fascista. Tendenza pitonata, ma fascista, ricordiamocelo».
Quando gli chiedo i confini della Siria e dell’Egitto, luoghi di rivoluzioni e di ribellioni arabe, li azzecca tutti e poi spara: «Anche in Italia c’è stata una ribellione. Frustrata e sorda, ma c’è stata. Il voto del 25 febbraio, la forte astensione e il trionfo di Grillo sono segnali duri, radicali. Non sembriamo ancora averli colti».

Parla dei dirigenti del Pd?

«Sì. Dovremmo dare dei segnali per riportare un po’ di uguaglianza nel Paese …».

E invece …

«Invece quando Grillo propone un reddito di cittadinanza di mille euro lo sfottiamo, e nel frattempo ci alleiamo con Berlusconi. È in corso un’operazione di espulsione degli elettori dal nostro bacino elettorale. Roba da esorcisti. L’imbarazzo è forte anche tra i parlamentari. Ma questo imbarazzo fatica a tradursi in azione politica».

Quale dovrebbe essere questa azione politica?

«Dire chiaramente che questo governo dovrebbe fare tre cose al volo, una legge elettorale e poi portare gli italiani al voto. Chi è contrario è un po’ sospetto».

Perché sospetto? Il governo delle larghe intese serve per affrontare l’emergenza economica.

«Ma un’emergenza quanto può durare? Il governo Monti era d’emergenza ed è durato più di un anno, senza nemmeno riuscire a cambiare il Porcellum».

Lei ha scritto l’instant book “Non mi adeguo”. 101 punti per cambiare. Il numero 101 è un riferimento ai parlamentari del Pd che hanno impallinato Prodi durante le elezioni per il Quirinale.

«Ormai il 101 è un numero della cabala della sinistra. E su quei 101 ho un giudizio politico preciso».

Quale?

«Io che volevo sia Prodi sia Rodotà, ho perso. Loro hanno vinto. Volevano che finisse esattamente come è finita».

Che senso ha per dei parlamentari del Pd desiderare un governo con il Pdl? Lei sospetta un’operazione centrista?

«No. Credo che si sia trattato di spirito di conservazione. Un governo del cambiamento con l’appoggio del Movimento 5 Stelle avrebbe messo in discussione troppe certezze. Per tutto un gruppo dirigente».

Scusi, ma di chi sta parlando?

«Di tutti i grandi player del partito finiti nel governo: Letta, Franceschini… sono tutti lì. Non le pare strano che si sia dimesso un segretario, si sia sciolta la coalizione con Sel e non ci sia stato un dibattito serio? L’opzione Grillo per loro non era proprio calcolabile».

Grillo non vuole allearsi con nessuno e considera il Pd parte del problema.

«Grillo va comunque ascoltato».

Grillo l’ha insultata. Le ha dato del cane da riporto. E alcuni grillini l’hanno aggredita verbalmente fuori da Montecitorio.

«Ma che mi frega? Mi diverto. Quel che so è che molti temi di Grillo sono anche i nostri: il ritorno al Mattarellum, l’acqua pubblica …».

Sarebbero state queste le priorità del governo del cambiamento Pd/Sel/M5S?

«Non solo. La legge elettorale, i diritti, un po’ di moralizzazione del sistema politico, gli F35… È così assurdo per un uomo di sinistra dire che non si possono spendere tutti quei miliardi per dei cacciabombardieri? Siamo al governo con B-e-r-l-u-s-c-o-n-i e si fanno i plissé alle proposte pacifiste di Civati? Mi viene da piangere».

Non faccia così. È vero che quando era segretario dei Ds di Monza gestiva il partito con azioni grilline?

«Era una gestione molto democratica e partecipata. Facemmo le primarie per eleggere il sindaco prima che le primarie diventassero una moda».

Ora si è candidato alla segreteria del Pd. Più “partito palestra” di Barca o più “partito agorà” di Bettini?

«Nell’antica Grecia l’attività fisica e quella intellettuale andavano di pari passo, eh eh. Mi piace sia l’idea della mobilitazione cognitiva di Barca sia quella del partito deliberante di Bettini. Basta correnti senza un perché, se non la spartizione dei posti. E basta con i conflitti finti tra pochi intimi che poi finiscono sempre per sostenersi a vicenda».

Renzi pensa a un Pd blairiano.

«Le fascinazioni esterofile non mi piacciono. Ricorda Benigni? Disse: “Piuttosto che il Woody Allen italiano vorrei essere l’Anna Magnani svizzera”».

Lei e Renzi fino al 2011 eravate alleati. Poi …

«Poi lui fece un paio di uscite non condivisibili su Marchionne e su Berlusconi. Ma la vera differenza era che io ritenevo che si dovesse cambiare il partito, lui guardava più fuori. La vita interna del Pd gli interessava poco».

Quando si andrà a votare?

«Credo e spero nella primavera del 2014».

Non si può, ci sono le Europee.

«L’importante è che non si tengano lo stesso giorno. Possono svolgersi a pochi giorni di distanza. Pensi quanto sarebbe felice D’Alema: nello stesso mese … italiani ed europei».

A cena col nemico?

«Con Alemanno. È un personaggio curioso, un po’ sfortunato. E poi con Grillo: gliel’ho proposto spesso, ma non ha mai accettato».

Ha un clan di amici?

«Sì, tra i più antichi c’è Mimmo, perito elettrotecnico».

Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?

«Aver accettato la candidatura alle Regionali nel 2005. Ero a Barcellona per studiare. In quel momento si è interrotta la mia carriera universitaria da ricercatore di Filosofia».

Ricorda il suo primo comizio?

«A diciassette anni. Nell’aula magna del mio liceo».

La sua prima tessera?

«Quella dei Ds nel 1998. Prima avevo aderito ai Progressisti e nel 1995 ero entrato nei comitati per Prodi».

Prodi avrà ancora un ruolo nel Pd?

«Sì. Ma credo che avrà soprattutto un ruolo nella vita internazionale. All’Onu non ci sono i 101 franchi tiratori».

Prodi a capo dell’Onu e D’Alema a capo della Commissione europea?

«Per D’Alema la vedo più complicata».

I suoi miti giovanili?

«Sandro Pertini, perché era anticonformista e io non sopporto il conformismo in politica. E Bob Kennedy, quello più a sinistra dei fratelli».

Il film preferito?

«C’era una volta in America di Sergio Leone. E tutto Tarantino».

Il libro?

«Martin Eden di Jack London».

La canzone?

«Ho visto Nina volare di Fabrizio De André».

Pensavo che dicesse una roba un po’ più anni Ottanta.

«Con gli anni Ottanta ho un pessimo rapporto».

Sono i preferiti della “generazione Letta”.

«Eh, ma io non amo il Subbuteo, gioco male a biliardino e non sono mai stato a Vedrò. Tornando alla canzone, mia figlia di otto mesi si chiama Nina per merito di De André».

Sa quanto costa un pacco di pannolini?

«L’ultimo che ho comprato diciotto euro».

Fa la spesa?

«Certo, concentrandomi sugli ordini impartiti. Al supermercato obbedisco. Anche perché con la mia compagna, Giulia, rischio sanzioni pesantissime».

 

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