Innovazione

Massimo Micucci: intervista sul Forum “Democratici e digitali” del PD Roma (18 dicembre 2016)

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(Massimo Micucci, foto tratta da flickr.com)

Agatino Grillo (AG): Ciao Massimo. Ti vuoi presentare?

Massimo Micucci (MM): Sono Massimo Micucci, vivo e lavoro a Roma. Mi occupo di relazioni istituzionali, comunicazione politica, e public affairs presso Reti-Quicktop. Sono anche docente sui temi di Politica e Comunicazione 2.0 per Running Academy e l'Unità. Mi sono occupato a lungo anche di politica estera e cooperazione, innovazione tecnologica, energia ed ambiente e lobbying digitale per le imprese.

AG: Il lobbista in Italia è sempre stato percepito in modo non molto positivo. Perché?

MM: In Italia – a differenza di molti altri paesi – la professione del lobbista è poco conosciuta e dunque travisata. Spesso si confonde con il “trafficante” di influenze. Invece il lobbista è un professionista che rappresenta in modo trasparente gli interessi di un’azienda o di un gruppo di aziende nei confronti dei decisori pubblici. É un consulente politico sia per le istituzioni che deve rispettare che per i clienti che deve rappresentare. Oggi prendere buone decisioni politiche è sempre più complesso e spesso i legislatori si improvvisano esperti di temi che in realtà non conoscono bene. Questo – a mio avviso – è anche uno dei motivi della grave crisi di rappresentanza politica che oggi c’è in Italia. La attività di lobbying facilita in assoluta trasparenza il dialogo e la comprensione tra potere politico e imprese e in tal modo fornisce un servizio anche ai cittadini.
Speriamo di avere una legge che la regoli

AG: Nel mese di novembre 2016 Matteo Orfini – commissario del PD Roma – ti ha chiesto di costituire e coordinare il Forum “Digitali e democratici”. Di che si tratta?

MM: Il Partito Democratico di Roma ha costituito 19 forum tematici con l’obiettivo di aggregare competenze e risorse e formulare proposte politiche che il PD Roma possa fare proprie.
I 19 forum del PD Roma si sono riuniti tutti insieme domenica 13 novembre 2016 presso un hotel per dare inizio ai propri lavori   .

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AG: Su che temi sta lavorando il Forum “Digitali e democratici”  del PD Roma?

MM: La nostra proposta è formulare e approvare un “Digital Act” composto da una serie di principi e relative azioni e regole volte a favorire la partecipazione digitale all’attività politica.
Oggi c'è una vera e propria “barriera architettonica” nei confronti di chi vuole dare il proprio contributo politico anche in forma digitale al Partito Democratico ed al suo programma
La rivoluzione digitale é ormai l'ecosistema in cui si muovono impresa, del commercio, informazione education, della finanza e financo della PA: i partiti invece sono rimasti “ad una sola dimensione” e usano i media come strumento di propaganda. La vita dei cittadini é un continuum tra fisico e digitale. Siamo noi a dover rispettare il palinsesto personale di tutti e aiutare anche l'impegno associato e individuale. Non il cittadino a dover inseguire la politica. Io considero i “sociali ” tecnologie sociali, sistemi di interazione e collaborazione.

AG: Quali sono i contenuti del “Digital Act”?

MM: Il “Digital Act” consisterà in una serie di proposte volte al rafforzamento della partecipazione politica attraverso strumenti digitali.
Proporremo una serie di azioni a partire da 4 temi principali:

  1. partecipazione, consapevolezza e politica nell’epoca digitale
  2. politiche digitali per la PA
  3. innovazione, crescita, startup, nuovi lavori
  4. industria della comunicazione e dei contenuti.

AG: Quando sarà pronto il “Digital Act” del PD Roma?

MM: C'è un testo già pronto che sarà presentato il prossimo 19 gennaio 2016 in un evento pubblico. Seguendo le linee che contiene é un documento “evolutivo” che verrà condiviso per essere arricchito dai contributi di iscritti e simpatizzanti ed elettori del PD.

AG: State lavorando anche su altre iniziative?

MM: Nel corso dei nostri incontri abbiamo individuato una serie di ulteriori proposte sulle quali il Forum “Digitali e democratici” del PD Roma intende impegnarsi nei prossimi mesi:

  • redazione di un manuale operativo su come utilizzare Facebook nell’attività politica
  • attività di formazione digitale di base rivolta ad iscritti ed elettori ad esempio selezionando una serie di Circoli PD e di associazioni pilota da “trasformare” digitalmente
  • focus tematici aperti al pubblico sui temi digitali strategici (IA, IOT, Big Data) coinvolgendo esperti del settore
  • costituzione di tavoli con le imprese per favorire la trasformazione digitale anche dal punto di vista normativo
  • costituzioni di “digital garage” ovvero punti di assistenza digitali per cittadini e imprese.

In tutte queste attività consideriamo essenziali il coinvolgimento degli eletti del PD e delle organizzazioni giovanili vicine al PD.
Ma vale per qualunque cittadino che abbia un’idea o un gruppo che vuole impegnarsi o raccontare
Come usare i media.

AG: Grazie Massimo e buon lavoro

MM: Grazie a te

Contatti

Massimo Micucci

Forum “Digitali e democratici” del PD Roma

Rassegna web

 

Roma città hi-tech negli “incubatori” si sviluppa la ripresa (Repubblica, 17 giugno 2014)

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Diventa sistema il lavoro comune con un tutor Centri pubblici e privati per le imprese giovani. Il casting delle idee di Capitale Roma
di Salvatore Giuffrida
Ricerca e innovazione, un settore sempre più strategico anche nel Lazio: la regione è al primo posto in Italia per le spese di ricerca rispetto al Pil: l’1,1% nel totale e lo 0,5% nel privato.
Ed è la seconda regione dopo l’Emilia Romagna con il maggior numero di laureati in discipline tecnologiche, il 18%. Infine è prima per numero di addetti in ricerca e sviluppo (5,7 ogni mille abitanti), ed è sede di tre poli tecnologici.
Negli ultimi dieci anni il farmaceutico ha ottenuto più di 450 brevetti, l’Ict romano oltre 60 e l’aeronautico 7.
Il tessuto imprenditoriale laziale è dinamico e in termini di innovazione segue tra i distretti industriali europei Copenhagen, Helsinki, Stoccolma, Berlino, Parigi.
La base c’è e le potenzialità per crescere sono molte, a patto che si continui a investire: nel privato la ricerca è ancora ridotta e soprattutto nella capacità brevettuale la regione sconta un evidente ritardo: secondo uno studio di Banca Intesa San paolo, su un campione di 2.405 aziende laziali di Ict, solo 126 fanno ricerca e innovazione. Sarebbero ancora meno se non ci fosse il farmaceutico. Nel Lazio il profilo di chi investe in R&S è di una azienda medio-grande, che esporta (67,5% dei casi), appartiene a gruppi economici (54%) o ha un marchio internazionale (31,7%). Anche molte imprese che si occupano di ambiente (15%) vi dedicano un ampio spazio.
L’innovazione è un settore chiave per la crescita in prospettiva e per diversificare la propria offerta, ma ha effetti positivi anche sulla produttività, superiore del 20% nelle imprese che hanno almeno un brevetto. Infine crea più occupazione: nel Lazio il 21% delle aziende che investono in R&S ha previsto un piano di assunzioni nel 2013, diversamente la quota scende all’11%.
Anche così, insieme alle agevolazioni fiscali e incentivi, si spiega il boom delle start-up, imprese che, in base al decreto Crescita del 2012 producono e commercializzano prodotti o servizi innovativi ad alto contenuto tecnologico: dopo Milano, Roma ma è al secondo posto in Italia per numero di startup, 172 su un totale di 1.863 riconosciute come “innovative”. Anche grazie alle università, la realtà romana è in continuo fermento e offre tante potenzialità. Nelle aule universitarie e negli uffici non mancano i piccoli Steve Jobs, che possono rivolgersi a una rete di servizi di tutor e accompagnamento per mettere su la propria impresa; meno romantico del garage di casa, ma più concreto.
È un sistema di incubatori e acceleratori che in origine era formato principalmente da realtà e spin-off accademici ma adesso è sempre più affiancato e promosso da privati; L’interesse sia in termini di prodotti che di risorse umane, è forte ma non mancano i problemi: gli investimenti non arrivano, la Lombardia attrae il 30% del totale nazionale e il Lazio si ferma al 4%. Manca un sistema strutturato di finanziamenti alle start-up e la rete di incubatori è frammentata, con scarso coordinamento tra pubblico e privato, e dispersiva.
Sinergie e partnership sono una risposta, spiega il direttore di Banca Intesa per il centro Italia Luciano Nebbia: “I contratti di rete stanno aumentando e sono diventati oggetto di numerosi incentivi. Gli attuali stanziamenti per tutte le regioni sono arrivati a 1,3 miliardi. Noi siamo impegnati nella diffusione della cultura della rete in numerosi laboratori regionali”.
Molte le collaborazioni con Università e spin-off, mentre in pochi si rivolgono a istituti di ricerca pubblici e nella maggior parte dei casi le aziende fanno ricorso a consulenti privati. Che raccolgono sempre più partecipazione popolare.

Casting delle Idee di Capitale Roma

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(Renato Giallombardo, foto di Salvatore Contino, clicca per ingrandire)

È il caso del Casting delle Idee, un concorso realizzato dall’associazione Capitale Roma per progetti ideati da cittadini e associazioni sullo sviluppo di Roma.
Dieci le idee più innovative tra cui la proposta di realizzare spazi di coworking presso i municipi, una banca del lavoro che conceda microcredito ai ragazzi che svolgono volontariato, il marchio Made in Rome per promuovere la scuola dell’artigianato capitolino, i servizi per migliorare le acque del Tevere.
Chiunque può votare il progetto preferito e quello con il maggior consenso sarà presentato alle istituzioni per essere realizzato.
“È un modo trasparente per dare voce ai cittadini e di mettere in rete professionisti e territori” spiega Renato Giallombardo, avvocato romano e fondatore di Capitale Roma.
Innovazione, in fondo, è anche questo

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Roma Forward!: workshop su “easy job” (9 febbraio 2014)

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Idee in movimento per guardare al futuro anche nel mondo del lavoro. “Roma Forward!” invita ad una riflessione comune su “mini job”, banca delle ore per il welfare, nuova occupazione

Il 5 febbraio 2014 ho partecipato a un workshop sul tema del “Job Act” organizzato da “Roma Forward!”.
L’incontro era dedicato ad approfondire il tema degli “easy job” e ha avuto luogo in un luogo magico, l’Accademia del superfluo.
Tra i presenti: il senatore Pietro Ichino, le deputate Giovanna Martelli  e Lia Quartapelle, Lorenzo Mattioli  presidente dell’associazione confindustriale ANIP, Associazione Nazionale Imprese di Pulizia e Servizi Integrati, Sergio Gallo vicepresidente dell'Authority sui contratti pubblici, avvocati giuslavoristi, imprenditori, professionisti, dirigenti di imprese pubbliche e private, cittadini interessati al tema, studiosi e amici dell'associazione “Roma Forward!”.

Accademia del superfluo, un posto magico

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(un momento dell'incontro all'Accademia del Superfluo)

Ci siamo riuniti a Roma presso il centro culturale “Accademia del superfluo” un posto veramente magico, un’associazione culturale e insieme una scuola di arti decorative che ha la particolarità di trovarsi all’interno della piccola chiesa sconsacrata di Santa Maria in Grottapinta, a pochi passa di Campo de' Fiori. Siamo stati accolti e “coccolati” dai padroni di casa Roberto e Andrea. L’Accademia del superfluo non la si può descrivere quindi andate a vederla (qui un video), vi dirò solo che a me ha fatto venire in mente subito la “Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts”  dei film di Henry Potter (scusatemi ho due figlie adolescenti …).
Andrea ha rapidamente illustrato ai presenti le finalità del centro culturale che vuole essere uno “spazio di divulgazione di temi sensibili e complessi” che usa la creatività come strumento e veicolo di attenzione da parte del pubblico perché “l’elemento estetico può aiutare a meglio comprendere argomenti apparentemente difficili e complicati”.

Emilio Ciarlo: presentazione di Roma Forward! ed introduzione al tema

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Emilio Ciarlo presidente di Roma Forward! ha aperto l’incontro con una breve presentazione dell’associazione.
Roma Forward!” è un’associazione di innovazione politica nata dopo lo scioglimento dell’omonimo comitato “Roma Forward per Matteo Renzi” costituito in occasione delle primarie del PD.
L’associazione intende essere un “luogo di confronto politico e culturale” ove approfondire collettivamente i temi dell’attualità politica, economica e sociale ed elaborare “proposte concrete” da presentare alla politica.
“Roma Forward!” è un network per il cambiamento fatto da persone che credono nell’innovazione, nel merito e mantengono uno sguardo aperto e cosmopolita sul futuro e che intende costruire insieme una comunità dove si lavori insieme a progetti condiviso usando la rete non solo come strumento operativo ma anche come modello del suo modo di agire.
Più in concreto l’associazione “Roma Forward!” nasce da un gruppo di persone che vivono a Roma e che, stanchi della crisi materiale, politica e umana in Italia, hanno deciso di partecipare attivamente alla vita politica del proprio Paese.
Roma Forward! organizza incontri di approfondimento, workshop, piccoli meeting informali all’insegna della libertà delle idee e di una informale creatività.
Roma Forward! fa parte di un network di associazioni simili che oggi sono attive a Milano, Bruxelles e New York.

Dal mini job all’easy job

L’incontro sugli “easy job”, ha spiegato Emilio Ciarlo, è un momento di “dialogo interattivo” , di work-in-progress tra specialisti e politici per arricchire il “Job Act” proposto in prima bozza dal nuovo Partito Democratico.
L’easy job non è un mini lavoro che sostituisce quello vero a tempo indeterminato ma un “easy job” o “smart job”, integrativo, senza complicazioni burocratiche, per “rafforzare il reddito di giovani, donne, pensionati o di chi cerca occupazione. Zero burocrazia, poche tasse ma con diritti e contributi pensionistici”.
L’idea nasce in Germania agi inizi degli anni 2000 durante il governo rosso-verde di Gerhard Schröder  e in oltre dieci anni di applicazione è stato utilizzato da oltre 7 milioni di persone cui ha consentito di arrotondare il reddito principale senza cadere nella trappola del lavoro nero o di aggiungere un ulteriore reddito al sussidio di disoccupazione.

Una introduzione giuslavorista al “mini job”

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(Sergio Grillo)

Gli avvocati Sergio Grillo  e Roberto De Rosa hanno svolto una sintetica ma completa presentazione sugli aspetti giuslavoristici dei “mini job” illustrando i punti di attenzione sui quali occorre lavorare per evitare abusi e discriminazioni dei lavoratori.
È molto importante, è stato fatto notare, che questo nuovo strumento che sembra indirizzato principalmente a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro in particolari fasce sociali “deboli” (donne, studenti, disoccupati, inoccupati ultracinquantenni) o in settori merceologici in conclamata crisi (telecomunicazioni, imprese di pulizia ) goda di un regime fiscale e contributivo agevolato.
Occorrerà poi molta attenzione nell’innesto del “mini job” rispetto alle attuali forme contrattuali nazionali per trovare compatibilità tra le diverse “caratteristiche operative”.

Pietro Ichino: serve un “Codice del lavoro semplificato”

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Il senatore di Scelta Civica Pietro Ichino ha svolto una brillante analisi dei punti di debolezza del nostro mercato del lavoro mettendolo a confronto con quello dei paesi scandinavi (Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca) caratterizzati da un altissimo tasso di occupazione.
In questi paesi, ha ricordo Pietro, circa il 18 % della popolazione attiva è occupata nei servizi alla famiglia mediante forme contrattuali, gestite direttamente dalla Pubblica Amministrazione, molto simili al “mini job” tedesco: le amministrazioni locali intervengono mettendo in contatto rapidamente e senza formalismi burocratici l’offerta di “mini lavori” (una mamma che vuole fare da baby sitter per altri bambini, un pensionato che si offre per tener aperta la biblioteca comunale anche di sera) con le richieste della cittadinanza o della comunità quasi fungendo da “banca ore” come già avviene anche in Francia.
Il senatore ha in particolare ricordato l’esperimento svedese “60 per 80” mediante il quale giovani “sessantenni” provvedono alle necessità degli ottantenni alle persone non autosufficienti.
Pietro Ichino ha quindi proposto che i “mini job” siano utilizzati anche in Italia principalmente dalla pubblica amministrazione locale e in particolar modo nel welfare alla famiglia e ai cittadini ricordando inoltre che la “legge Biagi” non si applica alla pubblica amministrazione.
Il Senatore Ichino ha infine esortato a impegnarsi per arrivare anche in Italia, senza sensi di colpa, ad unCodice del lavoro semplificato .

Giovanna Martelli: lavorare alla filiera complessiva del mondo del lavoro

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La deputata del PD Giovanna Martelli è intervenuta nel dibattito auspicando che il tema del “mini job” sia affrontato all’interno del più ampio tema della riforma del mondo del lavoro e del “job act” proposto dal Partito Democratico.
Giovanna ha anche ricordato che la riforma delle province obbliga a ripensare totalmente gli attuali “centri per l’impiego” e in generale la politica del lavoro fin qui seguita.
“Il Job Act è l’occasione” ha detto Giovanna Martelli “per lavorare alla filiera complessiva del mondo del lavoro”.

Altri interventi

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(Lorenzo Mattioli)

Al dibattito sono intervenuti tra gli altri Sergio Gallo vicepresidente dell’Authority sui contratti pubblici, Lorenzo Mattioli  presidente dell’associazione confindustriale ANIP, Associazione Nazionale Imprese di Pulizia e Servizi Integrati, Giuseppe Pannone  consigliere del PD alla provincia di Latina, Agatino Grillo (it’s me!) semplice cittadino, ciascuno commentando quanto discusso e fornendo nuove proposte sul tema.

Contattati e approfondimenti

Roma Forward!

Roma Forward!, associazione di innovazione politica, via dei Colli della Farnesina 130b, 00135, Roma

Emilio Ciarlo, presidente di Roma Forward!

Pietro Ichino

Pagina FaceBook https://www.facebook.com/IchinoPietro
sito web http://www.pietroichino.it/
e-mail: ichino@pietroichino.it

Giovanna Martelli

Lia Quartapelle

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Rassegna stampa su “mini job”

Il Job Act del Partito Democratico

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Renato Giallombardo: cambiare metodo per rilanciare il processo d’innovazione culturale, politica e sociale di Roma (20 dicembre 2013)

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(Renato Giallombardo, foto di Salvatore Contino, clicca per ingrandire)

Manifesto per Roma: serve un nuovo modo di far politica in cui le idee ed i progetti abbiano prima di tutto una larga base di consenso

Agatino Grillo: Ciao Renato, vuoi presentarti?

Renato Giallombardo: avvocato specializzato in fusioni, acquisizioni societarie ed esperto in operazioni di partnership pubblico. Ho inoltre maturato una solida esperienza in operazioni di startup e venture capital e recentemente sono stato nominato nella Commissione Start Up e Impresa Innovativa della Regione Lazio. Sono attualmente coordinatore del Master in corporate finance e strutture societarie dell’Istituto di Studi Giuridici Arturo Carlo Jemolo.

Agatino Grillo: Renato Giallombardo e la politica. Qualche settimana fa hai annunciato, con altri, la nascita di una nuova associazione politico-culturale “Capitale Roma . Di che si tratta?

Renato Giallombardo: Lo scopo primario dell’Associazione è contribuire al processo d’innovazione culturale, politica e sociale di Roma favorendo processi di ricambio generazionale, innovazione tecnologica ed infrastrutturale, internazionalizzazione delle imprese, del mondo del lavoro e delle professioni. L’associazione si propone, tra le altre cose, di costituire una rete sociale usando ogni strumento a disposizione con il fine di creare reti complementari tra individui, fuori dalle consorterie, dalle lobby e da tutto ciò che sia autoreferenziale e protezionistico.

Agatino Grillo: Perché fare “politica” fuori dai partiti? Le primarie dell’8 dicembre hanno rappresentato un momento di fortissima discontinuità rispetto al passato. La grande partecipazione al voto e i consensi ottenuti da Matteo Renzi non indicano che anche nel PD e nel centro sinistra si è “cambiato verso”?

Renato Giallombardo: I risultati dell’8 dicembre sono molto importanti. Tuttavia io ritengo che serva un nuovo modo di far politica. Credo che occorra “cambiare metodo” oltre che “cambiare verso”. Mi spiego meglio: serve un metodo nuovo che metta in rete la partecipazione dei cittadini e di coloro che tutti i giorni compongono il quadro della politica dei territori con i professionisti, i commercianti, i manager, gli imprenditori. Occorre che quella che possiamo definire “la borghesia produttiva della città”, troppo spesso assente negli ultimi anni, torni ad impegnarsi insieme ai territori. Questo è ancor più vero a Roma che ha un grande bisogno di ricominciare a progettare il proprio futuro e la propria mission politicamente, economicamente e culturalmente.

Agatino Grillo: “Capitale Roma” nel suo evento d’esordio, che ha registrato la presenza di oltre 400 persone, ha chiamato ad esprimersi, a proporre soluzioni a condividere best practice esponenti della politica, della società civile, della cultura, delle imprese e delle professioni. È sembrata quasi la presentazione di un “Manifesto per Roma”. Era questo l’obiettivo?

Renato Giallombardo: Roma deve uscire dall’immobilismo e deve riappropriarsi del ruolo che le compete come Capitale non solo politica ma anche della cultura, dell’innovazione, dello sviluppo. Abbiamo denominato l’associazione “Capitale Roma” sia per fare una sorta di calembour linguistico semantico nei confronti del più noto “Roma Capitale” sia per fare un esplicito richiamo al fatto che esiste nel nostro territorio un capitale economico, sociale e culturale che la neo associazione individua come “motore” per far ripartire l’azione politica.

Agatino Grillo: In pratica, come vuole agire “Capitale Roma”?

Renato Giallombardo: “Capitale Roma” vuole individuare e studiare professionalmente progetti per attrarre nella città le opportunità che esistono e viaggiano a livello nazionale o internazionale e che per varie ragioni la città non conosce o non intercetta, il tutto con la collaborazione ed il consenso dei territori. Avremo modo di tornare sull'argomento con idee concrete. Per ora il messaggio dell’Associazione è quello di avviare un metodo di costruzione del consenso, usando strumenti e sensibilità di nuova generazione.

Agatino Grillo: Il nuovo Partito Democratico di Matteo Renzi può essere un interlocutore affidabile per quella che hai definito la “la borghesia produttiva della città”?

Renato Giallombardo: Seguo la traiettoria innovativa di Matteo da qualche anno e l’ho personalmente conosciuto e sostenuto sin dalle primarie con Bersani. Ma a livello nazionale e in molte realtà locali i gruppi di conservazione del partito sono ancora molto forti. Credo invece che Roma e il Lazio sia uno dei luoghi in cui la politica abbia mantenuto la sua credibilità grazie anche alla presenza di Nicola Zingaretti. E sarebbe un grave errore non cogliere questa opportunità di rinnovamento per la città e per i nostri territori. Vedremo quindi quali saranno i prossimi passi del PD e se sarà (saremo?) capaci oltre al verso di cambierà anche metodo.

Agatino Grillo: Cosa intendi con “cambiare metodo”?

Renato Giallombardo: Credo che nel nostro Paese si debba passare da un metodo in cui le idee ed i progetti si realizzano per le relazioni che si hanno ad un modello in cui le idee ed i progetti abbiano prima di tutto una larga base di consenso. E’ questo il metodo della democrazia diretta senza intermediazioni che deve oggi provare a mettere in campo la politica. I corpi intermedi sono oggi in grave difficoltà o addirittura  incapaci di rappresentare le idee collettive e questo vale anche per i partiti. Anche il Partito Democratico che con 300 mila tesserati seleziona buona parte della classe politica e dirigente di centro sinistra è parte di questo meccanismo di rappresentanza debole.  Certo non è paragonabile al Movimento 5 Stelle o al centro-destra dove un manipolo di persone decide per tutti ma non possiamo certo fermaci li.

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(Inaugurazione di "Capitale Roma", 3 dicembre 2013, foto di Salvatore Contino, clicca per ingrandire)

Agatino Grillo: Ad alcuni, specie nel centro sinistra, sentir parlare di “democrazia diretta” potrebbe far paura o suscitare fastidio …

Renato Giallombardo: Ma il punto è proprio questo: non possiamo continuare a subire l’agenda politica su tutto, dobbiamo provare a disintermediare provando a pensare che senza una iniziativa individuale che pensi in collettivo non si riuscirà mai a fare sistema (tanto invocato e mai veramente cercato). Le nostre energie vanno dirette a realizzare progetti concreti (fondazioni, associazioni, comitati a tema ne abbiamo fin troppi) arrivando a questo risultato tramite un metodo partecipativo, inclusivo e che non garantisca il successo ma che contribuisca a creare una cultura del consenso e non della relazione.

 Agatino Grillo: Prossime attività di “Capitale Roma”?

Renato Giallombardo: Lanceremo una iniziativa proprio sul tema delle idee e del consensus building molto a breve.

Agatino Grillo: Grazie Renato e buon lavoro

Renato Giallombardo: Grazie a voi

Per contattare Renato Giallombardo

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Capitale Roma

Sito, manifesto, statuto

Foto

Le foto dell’evento sono disponibili sull’album Facebook “Capitale Roma”  (24 foto) di Salvatore Contino

Video di presentazione di "Capitale Roma"

Link diretto su YouTube

Start-up Officine Democratiche Roma (17 dicembre 2013)

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Officine Democratiche: non siamo un partito, non siamo un movimento, siamo semplicemente cittadini che vogliono favorire il cambiamento condividendo idee e competenze

Ieri sera, 17 dicembre 2013, ci siamo incontrati io, Leandro, Ennio, Paolo, Floria, Vito, Mario, Jim, Carlo, Marco, Elvira, Francesco, Domenico, Ernesto, Gianni, Pietro, Roberto e Stefano per lo start-up di Office Democratiche Roma (OffDem Roma).
Offdem è un associazione politica indipendente che ha l’obiettivo di rinnovare e cambiare in profondità la Politica ed il Paese mettendo insieme idee e competenze, incubandole e accelerandole verso soluzioni, usando una logica da start up.
Non siamo un partito, non siamo un movimento; siamo semplicemente un gruppo di persone che vuole il cambiamento.
Il motto di Officine Democratiche è “libera le tue idee”, l’hastag #litaliarinasce

Struttura di OffDem

Office Democratiche ha una struttura nazionale (presidente Guido Ferradini, vicepresidente Paolo Briziobello, responsabile della comunicazione Donato Russo ) e una rete di Officine locali che coprono l’intero territorio nazionale.

OffDem Roma

Stiamo costituendo OffDem Roma e siamo aperti a tutti coloro che si riconoscono nei principi dell’associazione. Pensiamo subito dopo le feste di fare un evento pubblico di “costituzione” nel quale presentare la nostra carta di intenti e il nostro piano per lavorare a Roma.
Per contattarci potete scrivere a Leandro leandro@aglieri.it o usare le nostre pagine FaceBook.

Un video di presentazione dell’iniziativa

In questo video (link su YouTube) Donato Russo responsabile della comunicazione OffDem spiega più in dettaglio spirito, valori e modalità d’azione di OffDem.

Link e approfondimenti

Pd Trastevere: open data e democrazia partecipativa, parte prima (13 dicembre 2013)

(16 dicembre 2013: Articolo aggiornato con le foto sull'evento tratte dall'album su FaceBook di Patrizia Cini)

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(clicca per ingrandire immagine)

Costruire una vera “democrazia partecipativa” dando ai cittadini gli strumenti per intervenire nella vita politica

Il 13 dicembre 2013 presso il circolo PD Trastevere , via S. Cecilia 3 a Roma, si è tenuto un interessantissimo incontro aperto a iscritti e cittadini sul tema “Open Government e Open Data” (qui l’evento su FaceBook  qui sul sito del circolo).

Relatori

ernesto-belisario-2 Ernesto Belisario (fb, web ), avvocato e direttore Osservatorio sull’Open Government

sabrina-alfonsi-2Sabrina Alfonsi (fb, web ) , presidente del I Municipio di Roma

alberto-bitonti-2Chairman della serata: Alberto Bitonti (fb, lk, curriculum, twit) segretario del Circolo
In questa prima parte dell’articolo un breve resoconto della relazione di Ernesto Belisario che ha introdotto il tema dell’Open Governament. Nella seconda parte la cronaca dell’intervento di Sabrina Alfonsi che ha raccontato l’utilizzo pratico degli Open Data nel suo Municipio.

Introduzione di Alberto

Alberto ha presentato l’iniziativa, primo incontro di una serie di eventi formativi denominati “Idea Lab” che hanno l’obiettivo di fare “formazione” non solo teorica ma anche pratica e “applicabile” ai problemi reali dei cittadini.
Open Government e Open Data: due principi in realtà antichi” ha sottolineato Alberto, “che, grazie alle possibilità della cultura digitale, stanno cambiando il mondo della politica, migliorando la qualità delle attività di governo e la vita dei cittadini.”

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(Alberto, Ernesto e Sabrina, clicca per ingrandire immagine. Fonte: album su FaceBook di Patrizia Cini)

Ernesto Belisario: Open Government e Open Data

Ernesto ha svolto una brillante e appassionata relazione nella quale ha presentato i temi fondamentali dell’open government e illustrato le grandi potenzialità che le nuove tecnologie offrono a eletti e cittadini per migliorare la qualità dell’azione politica.

Dalla democrazia rappresentativa alla democrazia partecipativa

Belisario ha esordito tracciando un rapido quadro della crisi della democrazia rappresentativa: questa forma di governo della cosa pubblica è nata nei paesi occidentali per permettere la partecipazione democratica di massa: oggi però, grazie alla rivoluzione delle nuove tecnologie è possibile e auspicabile una forma di “democrazia partecipativa” in cui i cittadini possono intervenire nella vita politica in modo più significativo.
Finora, ha chiosato Ernesto, la “partecipazione civica” è stata sbandierata da tutti specie in fase elettorale ma regolarmente ignorata  dagli eletti “seguendo il destino degli spinaci che tutti invitano a mangiare e che nessuno assaggia mai”.

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(clicca per ingrandire immagine)
L’Open government, basato su 3 principi fondamentali, trasparenza, collaborazione e partecipazione, apre invece le porta ad un nuovo rapporto fra eletti ed elettori perché dà ai cittadini gli strumenti per una effettiva valutazione sulle scelte degli amministratori.

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(clicca per ingrandire immagine)

Trasparenza, collaborazione e partecipazione

Obiettivo dell’Open Government è prima permettere l’ascolto informato dei cittadini e successivamente di permettere loro di intervenire nelle decisioni politiche rilevanti per la comunità.
I 3 pilastri dell’Open Government sono:

  1. trasparenza: promuovere cioè la responsabilità degli amministratori fornendo tutte le info su ciò che l’ente sta facendo
  2. partecipazione: la capacità cioè di fornire ai cittadini strumenti di partecipazione al processo decisionale
  3. collaborazione: utilizzare cioè strumenti innovativi per consentire la collaborazione tra tutti i livelli di governo degli amministratori.

Open data

I principi dell’Open Government possono essere realizzati solo mettendo a disposizione della collettività i dati e le informazioni necessari a valutare e prendere decisioni. Tali dati devono essere forniti in modalità gratuita e in formati aperti.
Dati che hanno tali caratteristiche e che sono “certificati” dalla Pubblica Amministrazione sono denominati “open data”: essi sono la “benzina” con cui creare nuovi servizi informativi per i cittadini, anche per smartphone e tablet, e rilanciare anche l’economia dell’informazione.
Da non dimenticare, ha ricordato Belisario, inoltre, che i nuovi servizi informativi legati agli Open Data hanno rilevanti impatti economico positivi come dimostrano i casi dei paesi più virtuosi in tale ambito: USA, Regno Unito, nazioni del Nord Europa.
Infine l’open government e gli open data sono importantissimo, dato che aumentano la trasparenza, per favorire lo sviluppo della concorrenza e contrastare la corruzione.

Link e approfondimenti

Decreto del fare, sì al wi-fi libero ma tagli alla banda larga (Il Fatto quotidiano, 23 luglio 2013)

Politica: 

banda larga

  • Fonte: ilfattoquotidiano.it , titolo originale “Decreto del fare, sì al wi-fi libero: sccesso pubblico senza identificazione””

Lo prevede il testo sul quale il governo chiederà la fiducia, "bocciando" così gli adempimenti burocratici per bar, pub e hotel che il ministro Zanonato voleva introdurre. Quintarelli (Lista Civica) però avverte: "Per evitare il taglio alle tv locali sottraggono fondi al Piano nazionale banda larga"

Col decreto “del fare” il governo chiederà la fiducia anche sul wi-fi libero. Il testo infatti è stato modificato in commissione e, col provvedimento che arriverà in aula, scrive su facebook Marco Meloni, deputato Pd e componente della Commissione Affari costituzionali, “l’offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite tecnologia wi-fi non richiede l’identificazione personale degli utilizzatori quando l’offerta di accesso non costituisce l’attività commerciale prevalente del gestore del servizio”.
Prima delle modifiche, il testo che si apprestava ad approdare in Parlamento, nota Guido Scorza, prevedeva che “i gestori di bar e ristoranti – come quelli di ogni altro esercizio pubblico – dovessero acquisire e conservare dati relativi alla navigazione degli utenti, completamente inutili in termini di antiterrorismo ma, in taluni casi, costituenti dati personali“. Una proposta che arrivava dal ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato e che annunciava così una lunga serie di adempimenti burocratici per bar, pub e hotel. Non solo: faceva anche regredire i progressi compiuti da parte dell’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni nel 2011 con l’abrogazione del decreto Pisanu. Nonostante il successivo invito del Garante della Privacy Antonello Soro che chiedeva di cancellare la parte di testo che prevedeva la conservazione dei dati personali, alla Camera aveva ottenuto il via libera ”un emendamento – prosegue Scorza – attraverso il quale si raddoppiano gli oneri, per i gestori dei servizi pubblici, in termini di tracciamento dei clienti che utilizzano il wi-fi e si dimezzano le garanzie di questi ultimi in materia di privacy e riservatezza“.  Oggi invece, ha spiegato Meloni, “abbiamo accettato che venisse votato un testo, volto ad introdurre almeno una misura in materia di tutela della riservatezza dei dati personali richiesta dall’Autorità per la privacy. Si tratta di una norma del tutto insoddisfacente, ma non demordiamo: confidiamo nel recepimento della nostra proposta, che crediamo possa essere ora condivisa da tutti i gruppi parlamentari, ed in un atteggiamento positivo da parte del governo. Poiché in momenti come questo la pressione della comunità di esperti e appassionati è fondamentale mi auguro che la rete dia il suo contributo a una decisione positiva da parte della Camera”.
Nel corso dei lavori della Commissione è stato ascoltato anche il parere dell’esperto web e membro della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni Stefano Quintarelli (Lista Civica), scrive il Corriere, che ha giudicato “positivo l’emendamento che liberalizza l’allacciamento alla rete, non più esclusiva di installatori con multe da 30 mila a 150 mila euro”. Tuttavia, ha sottolineato il parlamentare, ”arrivano altre notizie negative per le tlc. Pare infatti che per evitare il taglio alle tv locali si stiano sottraendo risorse al fondo istituito dal dl Crescita del governo Monti per finanziare il completamento del Piano nazionale banda larga. Se così fosse ci troveremmo davanti a un grave errore di prospettiva: è giusto aiutare le emittenti televisive private, si intenda, ma si doveva incidere altrove. Perché tagliare le risorse destinate a ridurre il digital divide vuol dire rinunciare al futuro”. Quintarelli ricorda che, “il ritardo nella banda larga costa all’Italia un punto e mezzo di Pil e che entro il 2015 potrebbe dare circa 700mila posti di lavoro. Tagliare risorse alla banda larga – conclude Quintarelli – vuol dire non cogliere un’importante opportunità di crescita”.

Il governo liberalizza il Wi-F. Decreto Fare cambiato in extremis (Il Sole 24 Ore, 23 luglio 2013)

Politica: 

free wi fi

Bocciato Boccia. Vittoria per il Wi-Fi libero, ma libero davvero. Attendiamo il testo definitivo

Ieri sera in Commissione Bilancio alla Camera è riuscito il blitz per modificare l'articolo 10 del Decreto del Fare: ora sono caduti tutti gli obblighi per esercenti, negozi, ristoranti che offrono il Wi-Fi al pubblico.
Liberalizzazione, quindi, "quando l'offerta di accesso non costituisce l'attività commerciale prevalente del gestore del servizio".
Ecco quindi l'attuale testo dell'articolo 10:
"L'offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite rete WIFI non richiede l'identificazione personale degli utilizzatori. Quando l'offerta di accesso non costituisce l'attività commerciale prevalente del gestore del servizio, non trovano applicazione l'articolo 25 del codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1° gennaio 2003, n.259 e successive modificazioni, e l'articolo 7 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, e successive modificazioni".
Analizziamolo.
L'obbligo di identificazione era già caduto nel 2011, con la scadenza di alcuni termini del decreto Pisanu (e quindi non è una novità), ma serviva una norma che per prima cosa esplicitasse questo principio e che poi facesse piazza pulita anche di altri obblighi per gli esercenti che offrivano il Wi-Fi: sia quelli del codice delle comunicazioni (che valgono per i provider di internet) sia quelli sopravvissuti nel Pisanu contro il terrorismo.
Adesso quindi un esercente, un negozio, un hotel, un ristorante, ma anche una pubblica amministrazione può liberalmente mettere un hot spot, collegarlo alla rete e offrire il servizio.
Senza dover tracciare gli utenti, le loro connessioni, fornire account e password, né chiedere autorizzazioni. Il precedente testo del Fare invece chiedeva di tracciare i codici del dispositivo usato per la connessione (computer, tablet o cellulare) imponendo oneri tecnici e burocratici gravosi per qualsiasi esercente.
In realtà resta consigliabile tenere traccia di chi utilizza il nostro hot spot Wi-Fi, anche se non è obbligatorio.
Può servire per discriminarsi, nei confronti di indagini di polizia, qualora qualche utente utilizzi la nostra connessione per commettere reati.
In altri Paesi europei è capitato che l'esercente fosse considerato corresponsabile, in questo caso. In Germania, una sentenza del maggio 2010 ha dichiarato parzialmente responsabile il proprietario/utente di una rete Wi-Fi che non abbia utilizzato adeguati sistemi di protezione dal rischio di utilizzi abusivi della connessione per finalità illecite. Il caso riguardava lo scambio di file pirata. Stessa casistica nel Regno Unito, dove però è proprio il Digital Economy Act a imporre che siano identificati gli utenti che violano il copyright. La Francia addirittura chiede di tenere per 12 mesi il registro delle connessioni e di fare il possibile per consentire di risalire all'identità degli utenti.
In Italia la normativa non è così esplicita e non c'è una giurisprudenza chiara, in merito. Però già adesso, e da tempo, le principali reti Wi-Fi identificano in modo sicuro gli utenti, via sim del cellulare, quindi il problema è marginale.
Alla fine è prevalsa quindi, comunque, la linea della liberalizzazione su chi - nel ministero dell'Interno, in particolare - voleva imporre alcuni obblighi di tracciabilità degli utenti per favorire le indagini.
Il nuovo testo è vicino a quanto suggerito da Stefano Quintarelli (Scelta Civica), Marco Meloni (PD); ma a quanto risulta ci ha lavorato anche Roberto Sambuco (Capodipartimento Comunicazioni del Mise) con il viceministro Antonio Catricalà.
Hanno convinto il relatore Francesco Boccia, in Commissione, a modificare l'articolo 10 togliendo ogni obbligo. Il relatore ha quindi proposto l'emendamento alla Commissione, che l'ha approvato. Adesso resta da vedere il testo definitivo nero su bianco e aspettare la fine dell'iter del decreto, che deve ancora passare alla Camera e poi al Senato. Ma altre sorprese, a questo punto, sono improbabili.

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Vergogna Wi-Fi (22 luglio 2013)

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vergogna wi fi
(Foto da Linkiesta.it)
Il mondo ci ride dietro. Anche per il pasticcio Wi-Fi. Grazie Letta (PD), grazie Meta (PD). Ci vediamo al congresso …

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Wi-Fi: cancellata la liberalizzazione. Il governo fa marcia indietro (La Repubblica, 22 luglio 2013)

Politica: 

wi-fi

  • Fonte: repubblica.it , titolo originale: “Wi-Fi nei locali, riecco gli obblighi. Una norma cancella la liberalizzazione

Ci rubano il futuro. Pasticcio Wi-Fi: incredibile serie di castronerie da parte del governo (presidente: Letta, PD) e Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni (presidente: Meta, PD). Ma andate a zappare!

Obblighi mai visti e tecnicamente “impossibili” per chiunque offra Wi-Fi al pubblico.
È così che il governo vara un dietro front alla promessa liberalizzazione del Wi-Fi, per via di un emendamento- al Decreto Fare- approvato dalla Commissione Trasporti, Poste e telecomunicazioni.
Molte le critiche da esperti e addetti ai lavori, in queste ore, e adesso la sola speranza è che l'emendamento venga modificato prima dell'approvazione alla Camera.
Altrimenti, addio Wi-Fi libero: la norma vuole obbligare il gestore- un negozio, un ristorante, un hotel- a tracciare il collegamento dell'utente con misure tecniche complicate e molto onerose.
Il rischio è che l'Italia faccia una retromarcia sul Wi-Fi.
Che chiudano molti degli attuali punti di accesso pubblici e a volte anche gratuiti.
Un disastro, insomma, laddove Palazzo Chigi aveva presentato l'originaria norma Wi-Fi del Decreto del Fare come la "liberalizzazione del Wi-Fi", finalmente sottratto agli obblighi che ne avevano rallentato la diffusione in Italia.
Ma già quella norma conteneva parecchi problemi e persino - nonostante la volontà del legislatore - poteva essere interpretata come un passo indietro rispetto alla situazione precedente, quanto a libertà d'uso del Wi-Fi.
La pensa così il Garante della Privacy, in una nota molto critica contro il decreto, “Reintroduce obblighi di monitoraggio e registrazione dei dati”, gli stessi stabiliti dal decreto Pisanu e poi decaduti quando ci si è reso conto dei danni che stavano provocando alla diffusione del Wi-Fi pubblico in Italia.
Il motivo è che il decreto stabilisce l'inedito obbligo, per l'esercente, “di tracciare alcune informazioni relative all'accesso alla rete (come il cosiddetto ‘indirizzo fisico’ del terminale, il cosiddetto MAC address)”.
C'è inoltre un profilo di illegittimità perché questi dati “a differenza di quanto sostenuto nella norma, sono - ai sensi della Direttiva europea sulla riservatezza e del Codice privacy - dati personali, in quanto molto spesso riconducibili all'utente che si è collegato a Internet”, prosegue il Garante. Ecco perché “auspica lo stralcio della norma e l'approfondimento di questi aspetti nell'ambito di un provvedimento che non abbia carattere d'urgenza”.
Allora che fa l'emendamento?
Da una parte cerca di risolvere questi problemi legati alla privacy, scrivendo che “Il trattamento dei dati personali necessari per garantire la tracciabilità del collegamento di cui al comma 1 è effettuato senza consenso dell'interessato, previa informativa resa con le modalità semplificate di cui all'articolo 13, comma 3, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, e non comporta l'obbligo di notificazione del trattamento al Garante per la protezione dei dati personali”.
Dall'altra esacerba gli obblighi di tracciabilità, eliminando quindi ogni traccia di liberalizzazione. L'emendamento comincia dicendo che "quando non costituisce l'attività commerciale prevalente del gestore del servizio, l'offerta di accesso ad internet al pubblico tramite tecnologia WIFI non richiede la identificazione personale degli utilizzatori". Un passaggio che c'era anche nel testo originario e che ha poca rilevanza, dato che gli obblighi di identificazione sono decaduti con il Pisanu. La novità è dopo: "Resta fermo l'obbligo del gestore di garantire la tracciabilità del collegamento attraverso l'assegnazione temporanea di un indirizzo IP e il mantenimento di un registro informatico dell'associazione temporanea di tale indirizzo IP al MAC address del terminale utilizzato  per l'accesso alla rete internet".

Una cosa complicatissima, "bisognerebbe installare e gestire un server apposito ("syslog"), messo in sicurezza, per associare l'indirizzo al MAC Address che identifica il dispositivo", spiega Stefano Quintarelli (Scelta Civica), noto esperto di internet.

Altro problema: quando gli utenti si connettono a una rete Wi-Fi, ricevono normalmente un Ip della rete interna "che però non fornisce alcuna informazione e non consente la tracciabilità del collegamento. Allora bisognerebbe obbligare il gestore a fornire un Ip pubblico, che però nel mondo sono praticamente esauriti", continua. La speranza insomma è che proprio questa inapplicabilità tecnica della norma obblighi a rivederla.

Quintarelli stesso aveva presentato un emendamento al decreto, analogamente ad altri parlamentari esperti di internet (tra cui Antonio Palmieri, del Pdl). Lo stesso dipartimento Comunicazioni di Sviluppo economico aveva scritto un emendamento che gli addetti ai lavori consideravano ragionevole. Ma alla fine di tutto questo non è passato niente, in Commissione. L'emendamento approvato è infatti frutto di una mediazione in Commissione e lo stesso dipartimento Comunicazioni è molto critico verso il risultato finale.

Adesso la palla è nelle mani dell'Aula. La polemica è forte, ma bisognerà vedere se ci saranno i tempi per intervenire nel testo sul Wi-Fi, che probabilmente finirà in un maxi emendamento prima della conversione del decreto del Fare in legge.

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