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Ancora giù il PD - Tg3 ore 19.00 del 15 maggio 2013

Politica: 

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Caffè? Meglio se Democratico: Nicola Camurri intervista Luca Romeo ideatore di Caffè Democratico, un'esperienza di politica partecipativa tra Web e Territorio (13 maggio 2013)

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Nicola Camurri: Intanto per chi non lo sa: cosa sono i caffè democratici?

Luca Romeo: I maligni direbbero una occasione per bere in compagnia e spettegolare, sicuramente sono un momento di incontro, discussione e condivisione, per affrontare con ironica serietà la realtà di tutti i giorni e la politica.

Nicola Camurri: Come ti è venuta l'idea?

Luca Romeo: Potrei dirti che mi sono ispirato ai caffè Risorgimentali degli intellettuali liberali ma, in realtà, l'idea del caffè democratico mi è venuta guardando @edicolafiore di Fiorello tutte le mattine. La politica è diventata - anche nei partiti - scontro permanente, lotta tra bande. Io sentivo la necessità di uno spazio libero di confronto con poche regole e tante idee.

Nicola Camurri: Chi partecipa?

Luca Romeo: Compagni di partito, ma anche amici, o persone che ci contattano in rete, vogliono venire al caffè dopo averci visto online. Non c'è un vero target di riferimento forse il tratto comune è quello di mettersi in gioco alla pari senza fare comizi o pretendere di avere la verità in tasca.

Nicola Camurri: Come si svolgono?

Luca Romeo: Ogni settimana si lancia l'annuncio in rete sia Attraverso #Ristretto, la video anteprima del Caffè e dalla pagina facebook collegata all'account twitter @caffedem: ci si vede in una decina di democratici in un locale a scelta.  Mezz'ora di discussione off the Records - detta "il riscaldamento" - dove presento gli spunti della puntata del giorno, si ordina una birra e poi si parte con la diretta: 15 minuti di video senza censura con la buona notizia della settimana in apertura e il Sondaggione finale per chiudere. Nel mezzo opinioni, analisi, qualche battuta e, da poco, #pushpd la rubrica dove chiediamo ai nostri parlamentari di appoggiare delle proposte di legge che riteniamo valide. Il tutto poi finisce su Youtube in rete il giorno successivo con un corollario di tweet e foto del Caffè.

Nicola Camurri: Quale è l'obbiettivo?

Luca Romeo: Il caffè è nato per rispondere ad una esigenza personale, un bisogno fisico di uno spazio che non c'era. La sorpresa è stata scoprire che questa esigenza è sentita da tante altre persone, fuori e dentro il Partito. L'obiettivo mio, e degli altri appassionati di Caffè, è quello di crescere mantenendo la magia intatta e magari chissà, riuscire ad essere uno spazio di proposta e non solo di condivisione

Nicola Camurri: Hai avuto sostegno? Qualcuno ti ha osteggiato? Se si perché.

Luca Romeo: Il primo sostegno l'ho avuto da Cristiana, la mia compagna, con cui condividiamo lo stesso impegno nel PD e dal piccolo Federico, il nostro bimbetto di 3 mesi che ci accompagna ad ogni Caffè. Non so se qualcuno osteggia o osteggerà il Caffè, in fondo sono libere associazioni di liberi cittadini svolte in locali pubblici (e facciamo anche girare l'economia ) a meno di far esporre un cartello "qui i caffè democratici non possono entrare" non so cosa potrebbero farci.

Nicola Camurri: È un progetto di lunga durata?

Luca Romeo: Sulla durata del caffè non posso scommettere (come su quella del governo Letta) ne organizzeremo finché le persone vorranno confrontarsi e, visto che stiamo ricevendo richieste anche da realtà fuori Genova, per fare dei Caffè democratici, siamo fiduciosi che questi possano continuare a lungo. Intanto per la diciottesima puntata il 18 maggio alle 18 al Castello a Nervi in passeggiata, festeggeremo la maggiore età del Caffè con "doppio macchiato" il super #caffedemocratico con molte sorprese e una super diretta finale.

Nicola Camurri: Ti confronti/hai qualcuno che li organizza con te?

Luca Romeo: La direzione artistica, se così possiamo chiamarla, è mia. Naturalmente devo ringraziare il gruppo dei più affezionati del caffè con cui c'è un continuo scambio di idee e suggestioni che inevitabilmente finiscono poi nelle dirette.

Nicola Camurri: Come sono state le reazioni nell'ambiente politico intorno a te?

Luca Romeo: Mi giungono voci di iscritti che son stati bonariamente redarguiti per aver partecipato a dei caffè senza chiedere il parere ai rispettivi direttivi, ma in generale direi che le reazioni vanno dalla simpatica attenzione all'incomprensione atavica. Ma non me ne preoccupo è la reazione tipica del partito all'innovazione.

Nicola Camurri: I frequentanti provengono tutti dal Pd? Ci sono ragionamenti di area o corrente tra i partecipanti?

Luca Romeo: Il gruppo iniziale per una questione di mera conoscenza, veniva dal bacino degli iscritti ma ormai partecipano anche semplici elettori democratici o persone che hanno scelto il M5S delusi dalla proposta poco coraggiosa del PD. Personalmente ho votato Renzi alle scorse primarie e non nascondo le mie idee, chi mi segue sui social network lo sa, ma ai caffè partecipano persone di tanti orientamenti diversi, l'importante è sapersi mettere in gioco.

Nicola Camurri: Cosa sorprende di più chi partecipa?

Luca Romeo: Il clima, il condividere una piccola cosa insieme, magari imparando anche qualcosa senza la paura di essere etichettati per le proprie idee. È il commento più ricorrente.

Nicola Cimurri: Cosa ti chiedono i partecipanti?

Luca Romeo: "Media rossa o Cuba libre?" = ) scherzi a parte chiedono di poter tornare, se possono suggerire temi o sponsorizzare iniziative che trovano interessanti. Il segreto credo sia mettere in circolo le idee poi il resto viene da se.

Nicola Camurri: Cosa sorprende più te di questa esperienza?

Luca Romeo: L'esperienza in se. Il caffè è nato per scherzo, per curiosità di sperimentare. Ora che siamo vicini al giro di boa dei 18 caffè si arricchisce ogni volta di persone e idee. Mi sembra una specie di piccolo miracolo democratico in tanto buio politico che ci circonda.

Nicola Camurri: C'è qualcosa che eri sicuro sarebbe accaduto durante i caffè e che sta accadendo?

Luca Romeo: Speravo ci si sarebbe sentiti comunità unita nelle differenze, dentro di me ci ho scommesso fin dall'inizio magari inconsciamente e, ora che questo comune sentire si manifesta negli altri, è una piccola soddisfazione personale.

Nicola Camurri: Cosa la caratterizza rispetto alle tue altre esperienze politiche?

Luca Romeo: Nella mia attività politica ho sempre provato a costruire percorsi di condivisione che mettessero insieme reti di idee e persone, competenze e mondi diversi, usando sempre in senso positivo la dialettica iscritto-elettore e non esclusiva come accade di solito nel PD. Nel caffè forse il mix di social media, informalità, scambio e esperienza fisica, ha raggiunto una chimica ideale che sta dando frutti migliori. Del resto la politica vive di ricette delicate e complesse.

Nicola Camurri: Hai notizia di cose simili nel passato o nel presente?

Luca Romeo: Credo che l'esperienza americana sia piena di forme di aggregazione simili a quella del caffè, in fondo i meet up del M5S sono esperienze mutuate dalla politica statunitense. Quello che forse contraddistingue il caffè democratico è una fusione omogenea di aspetti social e di laboratorio di idee in cui si annullano i reciproci difetti ma non credo di avere il copyright sulla formula ne mi interessa averlo.

Nicola Camurri: Pensi che sia un modello riproducibile come modello di partecipazione politica su scala nazionale? Del tipo se l'elettore non va alla sezione allora la sezione va al l'elettore?

Luca Romeo: Il PD da una offerta sul territorio ai propri iscritti che parte dall'esperienza passata del vecchio PCI dove una società a bassa informazione e bassa scolarizzazione aveva bisogno di luoghi generalisti di aggregazione per la creazione di un senso comune che si sacralizzava ogni volta nel rito laico dell'appartenenza al Partito. Oggi viviamo in una società atomizzata, post ideologica dove il senso comune si crea attraverso il macro circuito TV-social media-vita reale assolutamente imperniata sull'eccezionalità, vera e presunta, dell'individuo. Fino a quando il partito non saprà offrire ai suoi iscritti una esperienza di eccezionalità in cui l'attivista è al centro di un piccolo mondo speciale dove si costruisce futuro e non si ripetono liturgie non avrà grandi speranze di essere attrattivo. I caffè democratici non sono circoli di partito ma la loro esperienza potrebbe essere utile per provare a renderli attrattivi. A buon intenditor...

Nicola Camurri: Non è un modello "campagna elettorale continua"?

Luca Romeo: Non credo nell'ingenuità dell'assemblearismo permanente del M5S tenuto insieme dal mito infantile della rete, credo però che il modello "vota & dimentica" della democrazia parlamentare che abbiamo vissuto fino ad oggi nei partiti tradizionali non abbia più senso di esistere. Non credo sia un problema di campagna elettorale permanente, di cui abbiamo già subito i nefasti effetti, quanto di agevolare la nascita di luoghi di creazione di consenso informato con cui partiti e istituzioni devono imparare a relazionarsi in una dialettica positiva abbandonando la sindrome del fortino assediato.

Nicola Camurri: Ultima domanda più generale: che pensi del futuro del Pd tu che sei nativo democratico?

Luca Romeo: Viviamo settimane molto tristi. Il fallimento politico, culturale e umano della generazione Bersani è stato completo e ci ha portato vicini alla dissoluzione del partito e al migliore dei peggiori governi possibili. Mi spaventa molto la voglia di ritorno al passato che attraversa il corpaccione del PD in questi giorni vagheggiando un "back to the roots" a sinistra che rischia di portare all'annullamento del progetto stesso del Partito Democratico per cui ho cominciato a far politica. Per usare una metafora tolkeniana ai nani del PD non servirà scavare ancora più a fondo nelle miniere di Moria, il Balrog della storia prima o poi li travolgerà in ogni caso.

Info su caffè democratico

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Pd, è sfida a tre per la segreteria (Il Corriere della Sera, 9 maggio 2013)

Politica: 

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  • Fonte: online su diritti-globali.it e in pdf su rassegna stampa della Difesa

Finocchiaro in vantaggio su Speranza e Cuperlo. Faccia a faccia Bersani-Renzi

  • di Monica Guerzoni

Tre carte per il Pd. Sabato i democratici potrebbero avere finalmente un segretario (sia pure reggente) che traghetti il partito al congresso in autunno. Dopo un estenuante tiro al piccione, in corsa sono rimasti Anna Finocchiaro, Roberto Speranza e Gianni Cuperlo, che resta «disponibile» a prendere su di sé la croce.
La senatrice è largamente favorita, nonostante un'altra giornata di puro caos in cui la presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama sembrava seppellita dai veti incrociati, essendo (tra l'altro) il nome meno gradito a Matteo Renzi.
Il sindaco di Firenze ha visto faccia a faccia Bersani nella sede del partito e ha chiesto, in cambio del via libera a un ex ds, una sola contropartita: l'onorevole Luca Lotti alla guida dell'Organizzazione al posto del bersaniano Nico Stumpo che fu, durante le primarie, il nemico numero uno dello sfidante.
«Non pongo veti e non mi metto di traverso. Sarò leale a Letta» è la linea che il sindaco ha spiegato ai suoi parlamentari, a pranzo in un ristorante di Roma.
Da Palazzo Chigi si guarda con attenzione all'ex segretario regionale lucano, scelto da Bersani per guidare il gruppone di Montecitorio.
Speranza era il nome preferito anche da Renzi, ma la sentenza di condanna per Berlusconi ha convinto i maggiorenti del Pd a puntare su un profilo forte e autorevole.
«Io? Mai stata in campo», smentisce Finocchiaro.
Massimo D'Alema ieri mattina l'ha chiamata per incoraggiarla e la senatrice gli ha spiegato di essere incerta sul da farsi, anche perché Bersani non le ha mai chiesto di immolarsi per la «ditta». Nel pomeriggio, la svolta.

Anna Finocchiaro
A Palazzo Chigi si sono convinti che nelle prossime settimane il governo ballerà parecchio e si sono rassegnati a puntare su un nome pesante.
«Se non troviamo un segretario forte finisce che facciamo un congresso sul governo, dove chi vuole vincere dirà che bisogna mandarlo a casa - ha ammonito Beppe Fioroni, mettendo a nudo il punto politico - E dove qualcuno potrebbe chiedere di decapitare Franceschini e Letta perché collusi con il nemico...».
Una provocazione volutamente «hard», che l'ex ministro ha usato per convincere il fronte del premier ad ammorbidire la posizione, rinunciando all'idea di un «pupazzo» come leader.
Letta non ha ritenuto opportuno partecipare al coordinamento, ma i democratici lo dipingono come «molto preoccupato» per quello che alcuni chiamano «effetto Veltroni»: il rischio cioè che un segretario dal profilo forte finisca, sia pure involontariamente, per terremotare il governo, come avvenne con Prodi nel 2008.
Dario Franceschini puntava su Speranza, ma la condanna di Berlusconi ha cambiato il quadro. «Occorre un segretario già sabato, non vogliamo una conta ma una scelta politica» ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento.
Rosy Bindi vuole un leader che non faccia parte del vecchio gruppo dirigente e avverte: «Andiamo cauti, non si cambiano le regole per la convenienza di qualcuno». Dove il «qualcuno» che Bindi vuole stoppare è sempre Renzi, favorevole a modificare lo Statuto per separare la figura del segretario da quella del premier.
Il leader verrebbe eletto dagli iscritti e il candidato a Palazzo Chigi dai cittadini, con le primarie. Maurizio Migliavacca, braccio destro di Bersani, si è detto contrario e sulla modifica sabato sarà battaglia.
L'anticipo a giugno del congresso è scongiurato.
Dopo tre ore di dibattito, il coordinamento riunito al Nazareno con i segretari regionali ha trovato un accordo sul metodo. Con un faticoso compromesso, partorito dalla necessità di serrare i ranghi, i «big» accolgono la proposta di Bersani: una sorta di task force che, da qui a sabato, dovrà trovare un nome condiviso per traghettare il Pd fino al congresso.
Il comitato di saggi, che guiderà l'assemblea, è composto dai vicepresidenti Marina Sereni e Ivan Scalfarotto, dal coordinatore dei segretari regionali Enzo Amendola, dal capogruppo in Europa David Sassoli e dai capigruppo, Speranza e Luigi Zanda.
«Siamo in una situazione molto delicata, ci vuole responsabilità e compostezza» ha invocato Bersani. Nella confusione generale l'ex segretario sembrava ancora ieri a tanti l'ultima spiaggia per portare la caravella del Pd al congresso anticipato, da celebrarsi prima dell'estate. Poi, la tregua.

 

Rodotà rilancia sui beni comuni. Nasce la Contro-Convenzione (La Stampa, 8 maggio 2013)

contro convenzione

  • Fonte: pdf  in rassegna stampa della Difesa

“Monitoraggio” in difesa della Costituzione

  • di Giuseppe Salvaggiulo

Per navigare nella magmatica terra di mezzo tra insorgenze Pd, Sel, particelle sparse di sinistra e Movimento 5 Stelle, bisogna riporre le bussole dei partiti e leggere il punto sei dell’ordine del giorno della riunione ristretta della Costituente dei beni comuni, domani al teatro Valle di Roma: «Azione di monitoraggio della Convenzione costituente (Contro-Convenzione)».
Firmato: «Il presidente, Stefano Rodotà».

Stefano Rodotà
In mezzo a tante chiacchiere costituenti sotto l’egida delle larghe intese, tra poche ore sarà operativa una contro-convenzione agguerrita, con giuristi - una decina di docenti tra cui Mattei, Gambaro, Lucarelli, Nivarra, il giudice di Cassazione Papi Bronzini, il presidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena - ed Edoardo Reviglio, capo-economista della Cassa depositi e prestiti, più Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, ex direttore della Normale, riferimento per migliaia di associazioni per le battaglie in difesa di paesaggio e beni culturali.
Non solo.
Mentre i partiti manifestano poche idee e confuse, la contro-convenzione s’insedia con un duplice ed esplicito mandato: monitorare e «controdedurre» rispetto al lavoro dell’asse Pd-Pdl, ma anche prefigurare una riforma compiuta, in senso «alternativo », su diversi temi - ambiente, beni culturali, servizi pubblici.
Il nuovo progetto di Rodotà, che salda l’accademia con movimenti e comitati, agirà su diversi piani. Assemblee itineranti nei luoghi più simbolici dell’emergenza democratica (alla prima, sabato scorso a L’Aquila, c’erano 500 persone arrivate dappertutto).
Lavoro redigente per scrivere disegni di legge «chiavi in mano».
Monitoraggio di quello che Rodotà ha paventato come «un assalto alla Costituzione».
Tutto non come operazione-spot o riposizionamento politicista, ma nell’ambito del lavoro collettivo sui beni comuni, avviato nel 2007 dalla commissione di studio presieduta da Rodotà e proseguita con i referendum sull’acqua pubblica del 2011.
Spiega il giurista Ugo Mattei, impegnato fin dall’inizio: «Per cinque anni, dopo i lavori della commissione, abbiamo chiesto invano una delega al Parlamento per arrestare la svendita dei beni comuni. Ora l’abbiamo ottenuta direttamente dai movimenti, più rappresentativi di nominati con una legge anticostituzionale. La nostra Commissione è la vera Costituente».
L’iniziativa è destinata a parlare, con linguaggio più autorevole di prediche o maldestri tentativi di scouting, al Movimento 5 Stelle.
Rodotà, Mattei e Lucarelli sono alcuni degli esperti interpellati nelle scorse settimane dai parlamentari grillini per creare un gruppo di «contro-saggi», assieme agli economisti Bagnai e Brancaccio. A coordinare l’iniziativa era stata chiamata Loretta Napoleoni.
Poi il progetto è stato frenato, anche se non definitivamente accantonato.

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La contro convenzione

  • Prima commissione giuridica per il riconoscimento dei beni comuni, presiede Stefano Rodotà, con  Ugo Mattei, Luca Nivarra, Giorgio Resta, Antonio Gambaro, Maria Rosaria Marella, Gaetano Azzariti, Alberto Lucarelli, Paolo Maddalena, Daniela Di Sabato, Gregorio Arena,Edoardo Reviglio, Giovedì 9 maggio 2013, h 17:30, Teatro Valle occupato, Roma

Barca-Renzi: impegno comune, ognuno a suo modo (Il Corriere della Sera, 7 maggio 2013)

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  • Fonte: in pdf su rassegna stampa della Difesa

Pd spaccato sulla scelta del segretario, domani l’ultima mediazione tra i big. In corsa Epifani e Cuperlo ma potrebbero rientrare altri, come la Finocchiaro. Ex ministro e sindaco a pranzo a Firenze

  • di Alessandro Trocino

Il D-day per capire cosa succederà sabato, all’assemblea nazionale del Pd, è fissato per domani, quando i big del partito si troveranno, insieme ai segretari regionali, in un coordinamento che ha il difficile obiettivo di trovare una conciliazione tra le varie anime e, possibilmente, trovare un candidato condiviso per la successione a Pier Luigi Bersani.
I capicorrente sono al lavoro e il timore è che possano ripetersi giochi e divisioni che hanno segnato il recente passato, a cominciare dalle elezioni del presidente della Repubblica.
Un segnale dei movimenti in corso è arrivato dall’incontro che ha visto protagonisti il sindaco di Firenze Matteo Renzi e l’ex ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, avvenuto in un hotel di Firenze.
Due ore di pranzo durante il quale, a sentire il deputato renziano Francesco Bonifazi, si è parlato del «mantenimento dell’unità» del Partito democratico. Ambizione decisamente alta, visto il grado di frammentazione a cui è giunto il partito e le lotte interne. Se non si è trattato di un vero e proprio patto tra due uomini «nuovi» del Pd, si è trattato di qualcosa di molto simile:
«Tra me e Renzi vedo una complementarietà - ha spiegato Barca. Certamente c’è un impegno comune a lavorare nel Pd. Se il partito si spaccasse, sarebbe un disastro ».
L’ex ministro ha scherzato sull’età: «Volti nuovi? Lui è più giovane di me, quindi lui è nuovo veramente ».
Barca ha tenuto a rimarcare gli intenti comuni: «Abbiamo parlato del fatto che è importante impegnarsi direttamente in questa fase, nel partito, ognuno nei suoi modi». Quali siano i modi, è tutto da capire. Quel che si sa, o che è stato detto, è che Renzi non si vede tagliato per un ruolo di segretario di partito (quanto di candidato premier), mentre Barca per lo stesso ruolo si è sfilato nelle scorse settimane.
E a conferma ieri ha spiegato: «Io sono un semplice iscritto della sezione di via dei Giubbonari di Roma. Sabato non sarò all’assemblea del partito, sarò in Calabria, sul territorio».
Domani il punto principale sarà la possibile, e non scontata, convergenza su un nome per la successione a Bersani. I due più ricorrenti, finora, sono stati quello di Gianni Cuperlo, sostenuto soprattutto dai dalemiani, e quello di Guglielmo Epifani, che piace ai bersaniani. L’idea è quella di riequilibrare a sinistra il partito, visto il centrista Letta al governo.
Ma non è detto che non escano nomi nuovi, magari all’insegna del rinnovamento, propugnato da Renzi e dai suoi, a cominciare da Filippo Gentiloni. Tra i tanti nomi che si fanno ci sono quelli di Claudio Martini, Stefano Fassina, Roberto Speranza e Vannino Chiti. Sergio Chiamparino si è chiamato fuori.
Ma potrebbe esserci spazio anche per una figura istituzionale, come quella di Anna Finocchiaro o per figure di mediazione come quelle di Pierluigi Castagnetti e Sergio Mattarella.
Da decidere anche il profilo di questa figura: segretario vero o reggente che guidi il partito fino al congresso?
L’assemblea di sabato alla Nuova Fiera di Roma dovrebbe limitarsi all’elezione del segretario e non dovrebbe essere affrontata la questione della modifica dello statuto per scindere la figura del segretario da quella del candidato premier.
C’è chi pone come condizione per il nuovo segretario un «limite di mandato», ovvero che non si ricandidi poi al Congresso. Richiesta fatta da Gianni Pittella, che ha annunciato la sua candidatura, e da Pippo Civati. Che dice: «Serve una figura di garanzia che guidi la transizione, impegnandosi a non candidarsi alla segreteria».
Ma sull’assemblea c’è anche un rischio caos. Perché lo statuto prescrive la presenza necessaria della maggioranza dei componenti dell’assemblea.
Alla Nuova Fiera dovranno esserci quindi quasi 500 delegati, la metà di quelli eletti nel congresso del 2009. A quanto pare, però, molti hanno già annunciato la loro defezione, per impegni o per protesta. Se non ci fosse la maggioranza, qualunque decisione assunta in mancanza del numero legale sarebbe annullabile su semplice impugnazione da parte del tribunale.
Sabato il partito si presenterà senza segretario (Bersani è dimissionario), senza vicesegretario (era Enrico Letta) e senza presidente (dimissionaria anche Rosy Bindi). Restano i due vicepresidenti, Marina Sereni (che è vicepresidente della Camera) e Ivan Scalfarotto.

 

Giovani turchi, tutti in poltrona (l’Espresso, 6 maggio 2013)

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Avevano posizioni radicali sul lavoro, attaccavano Monti e Renzi, volevano cambiare il Pd. Ora si sono accomodati nel governo e sono diventati tutti moderati

  • di Francesco Colonna

Ultimamente si sentono nominare spesso, sui giornali e nei pastoni dei tg: “giovani turchi” di qua, “giovani turchi” di là. La sensazione dei più - quelli che non masticano il politichese - è di straniamento e incomprensione.
Allora, una premessa: i “giovani turchi”, quelli veri, erano i militanti di un movimento politico di fine Ottocento, appunto in Turchia, ispirati un po' alla Giovane Italia del Mazzini: volevano trasformare il vecchio impero ottomano in una moderna monarchia costituzionale. Poi, negli anni '50 del secolo scorso, l'espressione fu usata per identificare i giovani e rampanti democristiani sardi capeggiati da Cossiga e da Pisanu che volevano scalare il partito rottamando i vecchi capi dell'epoca.
Così si arriva ai “giovani turchi”  del Pd di oggi, i cui nomi noti sono quattro: Andrea Orlando (ora ministro) Stefano Fassina (ora viceministro), Matteo Orfini (capo della cultura nel partito) e l'europarlamentare Roberto Gualtieri.
Prima erano sostenuti da Bersani.
Per tanti, fino a ieri, rappresentavano l'anima di sinistra del Pd e i filo-montiani - come Piero Ichino - ne criticavano le idee a loro dire troppo socialdemocratiche.
Poi arrivarono la pesante sconfitta elettorale del 24 e 25 febbraio, la telenovela dell'elezione del presidente della Repubblica, la riconferma di Napolitano, il governissimo di Enrico Letta. E i giovani turchi ora dicono cose e compiono scelte che di progressista sembrano avere davvero poco. Non sono spariti. Ma sembrano diventati un'altra cosa.
Esagerazioni? Non proprio, se si leggono e confrontano le dichiarazione e le mosse di Fassina e compagni prima e dopo gli ultimi avvenimenti.
Fino alle elezioni, i giovani turchi costituivano una corrente di bersaniani ostile a Matteo Renzi e alle sue politiche "blairiane". Ecco cosa diceva Stefano Fassina di Renzi lo scorso giugno: « È un ex portaborse, una figura minoritaria nel partito che ripete a pappagallo alcune ricette della destra ed è fuori tempo massimo».
A ottobre, durante la campagna per le primarie di coalizione, Fassina rincarava la dose: «Renzi nel suo programma fa il copia-incolla delle proposte dell'Assemblea Nazionale del partito». Matteo Orfini non è da meno e subito dopo le elezioni dichiara: «Renzi avrebbe dovuto rappresentare una risposta alla voglia di rinnovamento. Ma guardo i risultati e ne concludo che le sue convinzioni economiche, la sua lettura alla crisi e le sue ricette, incarnate da Monti e Giannino, hanno raccolto insieme l'11 per cento. Le idee di Renzi sono state sconfitte dal voto».
Anche Mario Monti, il ''premier-banchiere'', subiva ovviamente gli attacchi dei giovani turchi. Quando le riforme del governo tecnico si rivelarono così pesanti e così poco eque che l'elettorato di sinistra non riusciva più a nascondere la propria insoddisfazione, la componente di Fassina, Orfini e Orlando si faceva portavoce di questo disagio.
Lo scorso ottobre Fassina affermava che «bisogna rottamare l'agenda Monti» (e Monti rispondeva che Bersani bene farebbe a "silenziare" Fassina). Lo scorso gennaio, quando ancora si pensava che l'esito più probabile delle elezioni sarebbe stato un governo Pd-Scelta Civica, Fassina disegnava una linea di politica economica di sinistra che certamente il probabile, futuro alleato Monti mai avrebbe approvato: «Lo schema d'intervento di Monti», spiegava Fassina, «sta nel quadro della svalutazione del lavoro, (...) nella linea economica mercantilista dei partiti conservatori europei. Il problema di competitività esiste, ma va affrontato non con lo smantellamento dei sindacati e la riduzione delle retribuzioni ma con investimenti innovativi». Abbasso la Merkel e la Bce, viva Keynes.
Dopo aver pronunciato frasi così nette, in molti a sinistra si aspettavano dai Fassina e dagli Orfini comportamenti coerenti. Per esempio abbracciando la proposta di Rodotà come nuovo Presidente della Repubblica. Approfondendo la lotta contro la componente moderata del partito. Mostrando in qualche modo contrarietà al governissimo filo-montiano che Enrico Letta si apprestava a guidare
Invece.
Invece prima Fassina fa capire di non voler dare battaglia per il candidato proposto dal M5S: «Stimo Rodotà ma ci sono milioni di persone che non sanno chi sia. Neanche i miei genitori lo conoscono». Lo scorso 22 aprile l'odiato Renzi diventa il candidato premier di Matteo Orfini: «In direzione lo proporrò alla presidenza del Consiglio. Penso che la sua sarebbe una candidatura in grado di sfidare tutti sul terreno del governo». Andrea Orlando non è da meno: «Se governo politico deve essere, allora chi meglio di Matteo Renzi a guidarlo?». Enrico Letta, che aveva duramente attaccato Fassina per le sue critiche al governo dei tecnici, riceve l'approvazione dei giovani turchi (anche se il responsabile economico del Pd debolmente protesta: «Questo governo è un buon compromesso». Ed è ancora Fassina a spiegare che forse l'avventura della sua corrente è al capolinea: «Il nostro gruppo è stato un'esperienza importante per dare visibilità a un punto di vista sull'agenda Monti. Ma ora siamo in un'altra fase».
Insomma, la nuova anima progressista del partito sembra già in ritirata. Ha svolto un ruolo di testimonianza (o di gestione dei mal di pancia dell'elettorato più riformista). E quel ruolo probabilmente si è esaurito. Dopo l'indietro tutta dei giovani turchi e in attesa delle mosse di Fabrizio Barca, chi è rimasto oggi a rappresentare la sinistra nel Pd?

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Walter Veltroni: «Il Pd non può essere ex Dc più ex Pci. Se continuiamo così lo annientiamo» (Il Corriere della Sera, 4 maggio 2013)

Politica: 

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  • fonte: in pdf  su rassegna stampa della Difesa

Veltroni: questo governo abbia il coraggio di dichiarare guerra alla mafia
«Molti di quelli che polemizzavano con me perché trattavo con Berlusconi sulla modifica del Porcellum, ora stanno al governo con Miccichè»

  • di Aldo Cazzullo

Il giudizio sul governo di Enrico Letta è aspro, anche se Walter Veltroni, ex vicepremier di Prodi ed ex segretario del Pd, considera il presidente del Consiglio «una persona di qualità».
Tuttavia il suo esecutivo lo considera «una condizione di anomalia, non una condizione virtuosa». Non vuole sentire parlare di ritorno a Moro e Berlinguer della «fine di destra e sinistra».
Guai a trasformare una «formula di emergenza» in una «formula politica». Avrebbe voluto che Letta mettesse al centro della sua azione la «lotta alla mafia». Quanto al partito dice no alle divisioni tra ex dc ed ex pci: «Il Pd è nato per creare un’identità nuova»

«Qui bisogna mettere un po’ d’ordine. Sento parlare di Moro e Berlinguer. Di riconciliazione nazionale, governo di legislatura, fine di destra e sinistra. E penso che sia esattamente il contrario della razionalizzazione che di questa fase deve essere fornita».

Lei, Veltroni, come la giudica?

«Una fase di assoluta e inedita emergenza, dovuta all'intreccio tra una devastante crisi istituzionale e una devastante crisi sociale. L’assenza di alternative ha generato il governo in carica, al quale auguro successo; ma si tratta di una condizione di anomalia, non di una condizione virtuosa».

Non è forse l’unica soluzione possibile?

«Sì, ma a causa di un risultato elettorale anomalo, frutto di una legge e di pratiche politiche anomale. Ci si è affrettati a cercare soluzioni di governo senza fare i conti con l’esistenza di tre blocchi di pari forza, tra cui uno cresciuto in pochi mesi con l’obiettivo dichiarato di aprire il sistema come una scatoletta. Ne è risultata una gestione confusa, aggravata dal caos attorno all'elezione del capo dello Stato - specie per effetto dei problemi del Pd - e dall’impossibilità, come sarebbe stato naturale, di tornare alle urne con una legge che non avrebbe dato una maggioranza al Senato. Tutto ciò ha generato questo governo. Altro che Moro e Berlinguer ».

Sta dicendo che il governo Letta è transitorio?

«La cosa peggiore è trasformare questa alleanza di emergenza in una formula politica. Il governo deve fare due cose: rimettere in moto l’economia e cambiare le regole del sistema a partire dalla legge elettorale. Non è una formula politica, ma un intervento di emergenza su un corpo malato. Se diventa un’altra cosa, cambia natura. E sarebbe un cambiamento non virtuoso».

Lei ha criticato chi indica un nesso tra le parole di Grillo e gli spari di Preiti davanti a Palazzo Chigi.

«Sì, e non mi riferisco solo a questo caso. Si sta creando un clima di fastidio per il dissenso rispetto a questa stagione. Ma tanto più è larga una maggioranza politica, tanto più deve accettare le voci di dissenso; altrimenti si riproduce una situazione asfissiante, che il Paese ha già vissuto negli Anni 70, e si impoverisce la vita democratica».

Non trova eccessivo il linguaggio di Grillo?

«I 5 Stelle devono sapere che l’uso di un certo linguaggio e la personalizzazione esasperata della polemica generano parole sconsiderate, come quelle di Becchi. Però considero il tentativo - avvenuto immediatamente da più parti - di indicare i 5 Stelle come i mandanti di Preiti figlio di una logica strumentale che a me fa orrore. Ragionando così, aveva ragione anche Berlusconi a sostenere che chi gli ha tirato la statuetta l’ha fatto sulla base del clima del Paese. E dice questo uno che dai 5 Stelle è stato più volte raggiunto da strali personali, ma considera la libertà dell’altro condizione della propria. Tanto più che il caso Preiti presenta molti punti oscuri».

Anche lei si mette a fare dietrologie?

«Non dobbiamo essere dietrologi, ma neppure sprovveduti. Quante vicende avevano all’inizio un segno che la storia ha dimostrato fallace? Non fu Valpreda a mettere la bomba in Piazza Fontana, Bertoli (che uccise 4 persone con una bomba a mano lanciata nel maggio ’73 nel cortile della Questura di Milano; ndr) non era un anarchico, Pasolini non fu ucciso solo da Pelosi, l’aereo di Ustica non ebbe un cedimento strutturale. E non è stato Scarantino a uccidere Borsellino: reo confesso; 17 anni di carcere; non era lui. Cos’è successo a Preiti, quand’è finito nel giro dei videopoker? Tra l’altro, cosa aspettiamo a vietarli? L'ho detto alla Cancellieri, quando era al Viminale: basta un decreto. Perché non lo si fa?».

Per il gettito?

«Ma se va quasi tutto alla mafia, mica allo Stato! E poi: perché un «bravo ragazzo» compra una pistola? Perché dice di averlo fatto quattro anni fa? È uno strano attentato, che ha colpito due servitori dello Stato e sconvolto il Paese».

Per quale fine?

«Non sarebbe la prima volta che la storia italiana è condizionata dai poteri criminali. Che hanno interesse a un Paese debole, finanziariamente fragile, di cui impadronirsi pezzo a pezzo. I negozi nel centro di Roma, i lavori dell’Expo, la ricostruzione in Emilia, l’incendio della Città della Scienza a Napoli: mentre noi discutiamo di qualche centinaio di milioni per gli esodati, le mafie si spartiscono 130 miliardi di euro l’anno. Perché la politica non dichiara una guerra senza quartiere? Un giorno di settembre a San Luca si riuniscono i capi della ’ndrangheta: perché non andarli a prendere? Questo comporta una autentica dichiarazione di guerra; se loro reagiscono, lo Stato la guerra la deve vincere. Altrimenti potremo fare tutti i risanamenti o gli incentivi possibili; ma la ricchezza e la legalità saranno sempre risucchiate da questi poteri criminali. Ecco, mi sarebbe piaciuto sentire Enrico Letta dire che questa è la priorità che tutte le altre contiene».

Non ha apprezzato il suo discorso di insediamento?

«Ho stima sincera per Enrico Letta. È una persona di qualità. Per questo, in un discorso condivisibile, avrebbe dovuto mettere al centro questo tema».

Insomma, questo governo proprio non le piace.

«Guardi, l’Italia oscilla di costante tra demonizzazione dell’avversario e soluzioni alla fine necessariamente consociative. Non c’è mai quella sana acquisizione di ogni democrazia matura, per cui con l’avversario si scrivono le regole del gioco e poi ci si confronta duramente sui programmi. Destra e sinistra esistono. Più presto si vedranno nella loro forma migliore - una destra moderata ed europea, una sinistra democratica e riformista - , più presto si alterneranno al governo una per volta, più presto l'Italia uscirà da questa crisi. Mi ricordo le battute di quando cercavo di fare, obbligatoriamente con Berlusconi, la riforma del Porcellum. Molti di quelli che allora polemizzarono, oggi stanno al governo con il Pdl e Miccichè».

Come valuta la squadra di governo?

«È frutto dell’emergenza; come se fossimo in guerra. Certo, l’idea che faccia parte di un esecutivo sostenuto dai voti pd un uomo che considera inopportuno che l’aeroporto di Palermo sia dedicato a Falcone e Borsellino mi amareggia molto».

Chi ha fatto fuori Prodi?

«Non sono in Parlamento. Ma la ritengo una delle pagine più gravi non della storia del Pd, ma della storia di un campo politico. È come la caduta del governo Prodi del ’98; in peggio, perché c’è la reiterazione. Certo, la candidatura doveva essere promossa in un altro modo. Prodi è uomo delle istituzioni, la sua non doveva essere una candidatura di partito; andava costruita assieme a Scelta civica, con un discorso rivolto anche ai 5 Stelle. Ma quelli che si sono alzati in piedi per applaudire avevano il dovere di votarlo».

Bersani ha fatto bene a dimettersi?

«Si è formalmente dimesso. Ma il ritardo nella formazione di un nuovo gruppo dirigente ha creato imbarazzo per lui e per una segreteria dimissionaria, per larga parte oggi all’interno del governo. Sento dire che, siccome c’è Letta presidente del Consiglio, bisogna che il nuovo segretario sia espressione della sinistra sociale. Ma in questa argomentazione c’è l’annientamento del Pd. Io non penso che Letta sia un democristiano. Questa storia degli ex dc e degli ex pci deve finire. Quello non è il Pd. Il Pd non può essere l’amalgama tra eredi di grandi storie finite con il ’900, senza mai creare quell’identità nuova per la quale abbiamo fatto il Pd. Il problema non è avere due leader che parlano a due pezzi di elettorato; il problema è avere il Pd. Ogni volta che il Partito democratico ha smesso di essere se stesso e ha oscillato verso l’una o l’altra opzione, si è perduto. Compreso l’ultimo, catastrofico risultato elettorale».

Chi deve fare il segretario allora?

«Qualcuno che rappresenti tutto il Pd. Non uno che rappresenta mezza mela, come se Letta dovesse rappresentare l’altra. Un partito è fatto di inclusione, non di esclusione. Non parlo per me, che da 4 anni sono fuori da qualsiasi ruolo o luogo di decisione. Ma può un partito saggio fare a meno di persone come Arturo Parisi, Sergio Chiamparino, Pierluigi Castagnetti, Marco Follini, Giuliano Amato? E dico anche Stefano Rodotà, con il quale il Pd aveva e ha il dovere di mantenere un filo di relazione».

Renzi le direbbe: tutti rottamati. Oggettivamente, non sono proprio volti nuovi.

«Ma l’innovazione è fatta di idee e politiche. Certo, anche di carta d’identità; ma non solo carta di identità. Il Pd tiene ai margini uomini che hanno idee. Stiamo sempre a parlare di persone; ma la bellezza di un partito sono le parole. Invece non si discute più e i partiti tendono a trasformarsi in macchine spietate di potere; poi non restano che briciole avvelenate».

Il futuro è Renzi?

«Renzi è il talento più evidente sulla scena. Se dovessi dargli un consiglio, gli direi di coltivare la profondità. Di apparire non una figura di questo veloce, bulimico, leggero dibattito politico, ma una risposta solida e profonda a uno smarrimento che nella società italiana ha dimensioni eccezionali».

Si parla di separare la figura del segretario da quella del candidato premier. È d’accordo?

«Sono contrario. Il leader che abbia vinto le elezioni può decidere poi che ci sia un segretario diverso; ma solo a elezioni vinte, e in una logica di sintesi. Non per perseguire due linee politiche diverse nello stesso tempo ».

Perché Berlusconi non può fare il presidente della Convenzione, visto che avete appena fatto un governo con lui?

«Non vorrei passassimo sei mesi per istituire la Convenzione e altri sei mesi per decidere il presidente. Ci sono le proposte dei saggi e altre giacenti in Parlamento: si parta da quelle, in primis dalla legge elettorale. Se proprio si vuole fare la Convenzione, deve essere guidata da un uomo che abbia caratteristiche di equilibrio e terzietà. Non mi pare il profilo di Berlusconi».

Il presidenzialismo si può fare?

«È uno dei temi centrali del mio libro, che esce tra due settimane. Titolo: E se noi domani. L’Italia e la sinistra che vorrei. Idee per discutere, nulla di più. E nulla di meno».

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Il Pd tentato dall’abolizione delle “primarie di partito” (La Stampa, 1° maggio 2013)

Politica: 

la stampa

  • Fonte: online  su La Stampa e in pdf  su rassegna stampa della Difesa

L’ipotesi: basta elezioni per segretario e parlamentari, solo per il candidato premier

C’è qualcuno, come Sergio Cofferati, che è furioso e non lo nasconde: «Ora vogliono abolire le primarie per l’elezione del segretario, ed è una follia».
In quella trincea - continua Cofferati - non possiamo arretrare nemmeno di un millimetro ».
C’è qualcun altro, come Arturo Parisi, ulivista della primissima ora, che prima che furioso si dice sconcertato. «Si toccano le primarie che io e Ilvo Diamanti abbiamo definito il “mito fondativo” del Pd: si pensa ad una riforma, insomma, che snatura completamente il Partito democratico».
E c’è chi, come Beppe Fioroni, non si appassiona al tema solo perché ha da lanciare un allarme su una questione che viene prima: «Dobbiamo eleggere subito un segretario, altrimenti rischiamo di restare sotto le macerie del governo Berlusconi-Letta: il Pd deve fare sentire la sua voce, con orgoglio, e anche in dissenso dall’esecutivo, se necessario. Poi parliamo di primarie, che il tempo c’è...».

Sergio Cofferati
È questa, dunque, è l’ultima novità che va maturando in casa Pd: niente più primarie per eleggere il segretario del partito e forse niente più primarie (ma questa seconda scelta dipenderà molto dal tipo di legge elettorale con la quale si tornerà al voto) forse niente più primarie, dicevamo, nemmeno per selezionare i candidati al Parlamento.
Evocate come elemento costitutivo del Partito democratico ed esaltate come lo strumento capace di favorire il massimo di partecipazione dei cittadini, le primarie rischiano insomma di finire in soffitta. Un po’ in ragione delle cose che vanno male, un po’ per l’irrompere del ciclone-Renzi, la scelta sembra fatta: ma non passerà senza polemiche, a quanto par di capire sondando gli umori qua e là.
Prima di tutto, però, occorre spiegare le ragioni alla base dell’avviata marcia indietro. Per quanto riguarda le primarie per l’elezione del segretario (le prime le vinse Veltroni, nel 2007; le seconde Bersani, nel 2009) la motivazione è che avendo il Pd intenzione di tornare indietro e sdoppiare le figure di segretario e di candidato-premier (tutt’ora, per Statuto, coincidono) sarà scelto con le primarie solo il candidato per Palazzo Chigi, mentre il segretario tornerà ad essere eletto dal Congresso.
Diverso invece il discorso (meno definito) per quanto riguarda la scelta dei parlamentari da candidare. Qui pesa, inutile dirlo, la prova fornita dai gruppi del Pd durante le votazioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica: centinaia di franchi tiratori in campo, sull’onda della protesta che arrivava dalla periferia prima sul nome di Marini e poi sulla mancata convergenza su quello di Stefano Rodotà.
Che l’«insubordinazione» potesse nascondere problemi e dissensi politici, è ipotesi finita presto (e consolatoriamente) in secondo piano: l’indice accusatore si è infatti subito puntato verso la debolezza e la permeabilità degli eletti, perché scelti - appunto- con le primarie.
Pochi hanno annotato l’evidente contraddizione con quanto affermato prima e dopo la campagna elettorale da Pier Luigi Bersani: con le primarie abbiamo ucciso il Porcellum, i nostri parlamentari li scelgono i cittadini ed abbiamo i gruppi più giovani, rinnovati e pieni di donne. Ma tant’è ...
La revisione pare avviata anche su questo fronte, e poco importa che il Pd sembri somigliare sempre più alla famosa tela di Penelope, dove regole, alleanze e criteri di selezione della classe dirigente vengono fatti e disfatti continuamente, sotto gli occhi perplessi di iscritti ed elettori.
«Si danno questi cambiamenti per scontati, ma non se ne è mai discusso», lamenta Parisi.
È vero, ufficialmente il tema non è ancora stato posto, ma solo per la buona ragione che ricordava all’inizio Fioroni: e cioè che c’è da rimettere in piedi, in qualche modo, un gruppo dirigente. E qui, se possibile, la faccenda diventa ancor più confusa e delicata.
Che fare? Un segretario-traghettatore fino al Congresso? Un segretario «vero», da insediare ora e confermare in autunno?
O addirittura un semplice «comitato di garanti»?
Tutte le ipotesi sono in campo: ma non tutti i candidati in campo sono disposti ad accettare qualunque ipotesi.
Guglielmo Epifani, di buona mattina su un divanetto di Montecitorio, per esempio dice: «Sono interessato solo se c’è una prospettiva: non è che voglio finire imbalsamato fino a ottobre e poi chi si è visto si è visto». Gianni Cuperlo è perplesso, molto tentato di tirarsi fuori. E Anna Finocchiaro, nome forte e in ascesa, attende di capire verso che soluzione si va.  La confusione è grande, ma una decisione andrà pur presa: «Ci vuole subito un segretario, per un mese, per tre, per sei, decidano loro, ma ci vuole subito - insiste Fioroni -.Berlusconi la fa da padrone e non abbiamo una voce che dica ai nostri come la pensa il Pd. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio di un partito forte e autonomo, altrimenti rischiamo di diventare il partito del governo: una cosa che era inaccettabile già ai tempi della vecchia Dc...».

 

L’appello dei renziani: “Basta steccati,serve l’unità dei rinnovatori” (La Stampa, 1° maggio 2013)

Politica: 

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  • di Maurizio Tropeano

Il dibattito nel centrosinistra. La Pallacorda lancia una mobilitazione nazionale: saremo a Roma l’11maggio
I renziani hanno deciso di uscire alla scoperto e di lanciare un appello a tutti i «rinnovatori » per uscire allo scoperto da subito e sottoscrivere una «richiesta immediata di un congresso che sia aperto e che apra le porte a chi vuole costruire una sinistra finalmente di governo forte e larga».
L’appello lanciato da Davide Ricca, e sottoscritto da una folta pattuglia di amministratori locali e militanti prova a superare i confini delle primarie - «non ci interessa sapere chi ha votato chi» - è rivolto in particolare ai giovani che hanno occupato il Pd (ieri sera si sono ritrovati una cinquantina di persone) a chi ha dato vita al movimento per «resettare» il partito perché «a chi ha ucciso il Padre dell’Ulivo non dobbiamo alcun rispetto».
Nel documento non si fanno i nomi e i cognomi di questi killer ma alcuni dei passaggi del documento indicano chi sono gli oppositori di questo progetto di rinnovamento.
Nel mirino ci sono la segretaria provinciale, Paola Bragantini e quel gruppo dirigente che ha paragonato il quartiere di San Salvario a quello di Scampia in occasione della manifestazione nazionale del partito contro la povertà.
E poi c’è il segretario regionale.
I «rinnovatori», infatti, si dicono «stanchi di “non vincere” e di dover governare con il centrodestra per dare risposte alle esigenze del Paese». Gianfranco Morgando, invece, prova a difendere le ragioni di quell’intesa con un documento sul sito internet del partito in risposta alle proteste di tanti militanti.
La tesi del segretario è che «il profilo politico e culturale del Pd si caratterizza per i suoi contenuti, non per le sue alleanze ». E aggiunge: «Abbiamo fatto una scelta difficile, di cui non sottovaluto i rischi, in autonomia, con un dibattito negli organi di partito».Questa scelta sarà un ineludibile riferimento nel prossimo dibattito congressuale ». Il documento dei renziani prova ad indicare un percorso che possa anche intercettare la richiesta degli autoconvocati della Pallacorda: tutti a casa, compresi i segretari dei circoli.
La seconda assemblea della Pallacorda, poi, boccia l’ipotesi di «comitato di gestione» che ripropone la «logica dei “caminetti” divisi per correnti e della conferma dell’attuale dirigenza sotto nuove vesti». Poi l’annuncio: «Lanceremo una mobilitazione nazionale degli autoconvocati, prima tappa verso una rete nazionale che si mobiliterà anche in occasione dell’assemblea nazionale dell’11 maggio». Morgando e la segretaria provinciale Paola Bragantini non parlano di dimissioni ma la scelta di Daniele Borioli di dimettersi da segretario di Alessandria potrebbe rafforzare la battaglia di chi chiede l’azzeramento degli incarichi prima del congresso.

Adriano Sofri: Cronistoria di un disastro (La Repubblica, 25 aprile 2013)

Politica: 

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Benché i colpi di scena, veri o apparenti, incalzino, vorrei ricapitolare che cosa (mi pare) è successo.
Vinte nettamente le primarie, Bersani ha fatto una campagna attendista. Era convinto che il successo fosse già nel sacco. Ci teneva come all’occasione culminante della sua vicenda militante, e si proponeva di usare la vittoria per rinnovare fortemente la composizione del Pd e per cimentarsi con un governo che rompesse col feticcio dell’austerità.
Dopo la delusione elettorale, ha investito sulla propria debolezza per stanare la demagogia grillista: ottenerne una collaborazione, o svelarne il nullismo.
Bersani aveva un punto fermo: nessun accordo di governo con il Pdl.
Attorno a lui si moltiplicavano i dissensi, malcelati e via via più trasparenti. Avrebbe potuto rinunciare alla candidatura al governo: ci si può chiedere se ci fossero altri accreditati e risoluti altrettanto a non trattare del governo con Berlusconi.
La resistenza di Bersani (tenace oltre ogni previsione, e non spiegabile con una disperata ambizione personale) aveva una sola prospettiva: che Napolitano lo mandasse alle Camere. Lì, se non un calcolo politico, il dolore sentitissimo di tanta parte, e trasversale, dei nuovi eletti per l’eventualità di tornarsene a casa, avrebbe potuto dargli una striminzita e caduca fiducia, di cui però avrebbe potuto approfittare per prendere tre o quattro iniziative radicali, a cominciare dalla legge elettorale. Se fosse stato sfiduciato, avrebbe potuto guidare un governo provvisorio per l’elezione al Quirinale e la successiva campagna elettorale anticipata. Napolitano non ne ha voluto sapere: aveva le sue ragioni, ma sia lui che i numerosi esponenti del Pd che mordevano il freno e davano segni di impazienza crescente nei confronti di Bersani e della “perdita di tempo”, rivendicavano di fatto (guardandosi dal dirlo, nella maggior parte dei casi) un accordo di governo con il Pdl.
Bersani ha tenuto duro a oltranza, posponendo la questione del governo alla rielezione al Quirinale, così da ammorbidire l’esclusione del Pdl grazie alla distinzione fra governo e Presidenza della Repubblica, quest’ultima costituzionalmente orientata alla più vasta condivisione.
Ha qui fatto due o tre errori fatali: ha creduto che quella distinzione fosse chiara; ha ritenuto che fosse convincente per la base e l’elettorato di sinistra; si è illuso che il notabilato del Pd lo seguisse. Soprattutto, non ha formulato pubblicamente il nome o i nomi dei candidati che il Pd avrebbe proposto a tutte le altre forze politiche.
Così, mentre un nome degno come quello di Marini passava per scelto da Berlusconi, Grillo candidava Rodotà, persona esemplare per uno schieramento di sinistra dei diritti civili e dei movimenti. I 5Stelle erano fino a quel punto piuttosto nell’angolo, essendo evidente come il loro compiaciuto infantilismo settario (oltre che l’insipienza dei loro portavoce) facesse dissipare un’inverosimile opportunità di riforme e regalasse al centrodestra una forza di ricatto insperata. Del disastro della notte e del giorno di Marini (che non lo meritava) inutile ripetere: Bersani ne è uscito, dopo 50 giorni di resistenza catoniana, come un inciucista finalmente smascherato. (Ve li ricordate, dal primo giorno, i titoli “da sinistra” sull’inciucio avvenuto?).
Avrebbe potuto il Pd aderire alla candidatura di Rodotà, come tanti hanno auspicato? Forse: sarebbe stata una capitolazione nei confronti dei 5Stelle, che in Rodotà avevano visto soprattutto una ghiotta occasione per imbarazzare il Pd, ma cedere a una pretesa strumentale e arrogante può non essere un errore. Lo considererei più nettamente tale se Rodotà avesse risposto all’offerta della candidatura dichiarando che l’avrebbe accettata solo nel caso che fosse di tutta la sinistra: Scalfari ha fatto un’osservazione simile. I 5Stelle hanno sventolato il nome di Rodotà come una loro stretta bandiera, e al tempo stesso l’hanno proclamato come il candidato di tutti gli italiani contro quelli del Palazzo. Gli italiani avevano moltissimi altri candidati degni, per fortuna, e le stesse consultazioni varie lo mostravano (com’è noto, Emma Bonino era la preferita: è diventato un tic, gli italiani ce l’hanno, i politici non ci fanno più caso). La postuma pubblicazione di voti e preferenze delle cosiddette (pessimamente) quirinarie, hanno aggiunto un tocco di ridicolo al tono grillista. Bene: quando si sbaglia, specialmente se in buonissima fede, è buona norma di lasciar perdere, pena la valanga.
La candidatura brusca di Prodi – meritevolissima – è stata la toppa peggiore del buco. E ha mostrato come il Pd non abbia, come si dice, “due anime”, ma forse nemmeno una, e invece una quantità di cordate e bande, tenute assieme da altro che le divergenze politiche. Le convinzioni politiche sono la cosa più importante in un partito che aspira, come si dice, a cambiare il mondo, tranne un’altra: l’amicizia fra i suoi membri e i suoi militanti.
Per questo la scissione è forse un pericolo, ma non una cosa seria: la frantumazione sì. Sarebbe bene che ne tenesse conto chiunque si proponga davvero di “rifondare” (verbo inquietante) il Pd, e sia tentato da escursioni minoritarie. Eravamo al punto in cui il Pd, in stato del tutto confusionario, era a rimorchio della demagogia a 5Stelle da una parte – e di sue piazze scandalizzate e scandalose – della furbizia di Berlusconi dall’altra. L’elezione di Napolitano (una pazzia, in un mondo normale: un uomo molto vecchio che si era finalmente preparato uno scampolo di esistenza privata) è stata un escamotage provvidenziale: il suo effetto, quel governo delle “larghe intese” che si voleva escludere a priori, è il boccone più indigesto. È, amara ironia, il rovescio della distinzione cui Bersani aveva confidato la sua ostinazione, fra governo mai col Pdl e Quirinale condiviso: Quirinale confermato, e governo condiviso, a capo chino.
I 5Stelle? Le mosse furbe hanno gambe corte. I portavoce hanno spiegato che i voti in Friuli-Venezia Giulia sono quelli normali nelle regioni. Però il capo aveva annunciato che sarebbe stata la prima regione in loro mani. Credo che le persone che li avevano votati e hanno sentito sprecato il loro voto siano molte. Il bilancio provvisorio, con 5Stelle e Pd in caduta, e il Pdl in ascesa, è un capolavoro.
Vorrei aggiungere una cosa. Ci sono molti aspetti della situazione attuale che ricordano, ben più del precedente di Mani Pulite, quello remoto del primo dopoguerra, quasi cent’anni fa. Non c’era, nello scontro frontale fra sovversivi diciannovisti ed eversori fascisti una distinzione così netta di sinistra e destra. Le file del fascismo movimento erano piene di ex-socialisti, interventisti rivoluzionari, sindacalisti soreliani, massimalisti di ogni genere. Non era così chiaro, e a distanza di tanti anni fu penoso per tanti chiedersi da che parte erano stati, e perché, e come fosse stato possibile. A suo modo, e con una gran dose di autoindulgenza, Grillo evoca questa ambiguità quando ripete che il suo movimento è l’argine italiano all’Alba dorata greca o al lepenismo e alle altre insorgenze neonaziste in Europa. Il programma dei 5Stelle contiene molti obiettivi buoni per una sinistra della conversione ecologica, e anzi da quest’ultima pensati e proposti da lungo tempo.
La differenza sta altrove, nel Vaffanculo, nei Morti che camminano, nel Tutti a casa. La differenza fra il federalismo verde e aperto di Alex Langer e il razzista federalismo leghista passava dalle imprecazioni di Bossi e dei suoi. I buoni programmi smettono di essere minoritari e vincono quando vengono distorti e incattiviti dalla demagogia. “La gente” non ha infinite ragioni alla sua ribellione contro i privilegi e l’impudenza dei potenti? Certo. Ma che i parlamentari escano da Montecitorio da una porta secondaria – se è andata così – è un episodio di violenza e di viltà vergognose. A proposito del 25 aprile.

 

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