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Colloquio con Stefano Quintarelli su politica ed economia digitale (con alcuni suggerimenti per il futuro segretario del PD)

a cura di Agatino Grillo

[img_assist|nid=32|title=Stefano Quintarelli|desc=Tratto da Wikipedia|link=none|align=left|width=196|height=179]Democratici Digitali (DD): Buonasera Quintarelli e grazie per la collaborazione. Può presentarsi rapidamente?

Stefano Quintarelli (SQ): Sono nato nel 1965 e ho una laurea in Scienze dell'Informazione presso l'Università di Milano. Ho fondato nel 1994, I.NET, il primo Internet Service Provider commerciale in Italia orientato al mercato professionale, azienda quotata alla borsa di Milano e che ho ceduto a British Telecom nel 2000. Attualmente sono presidente del CDA di EXIMIA  società specializzata nell'applicazione della tecnologia RFID. Ho inoltre contribuito e collaborato a molte iniziative no profit, quali "Mondoaperto" e, nell’ambito dell’ICT, Aiip.it, Mix-it.net, Clusit.it, Aipsi.org, Equiliber.org.

DD: Internet, la rete, le nuove tecnologie... Temi all’ordine del giorno anche in ambito politico. Fin’ora i tentativi nazionali di "regolamentare" la rete non hanno ottenuto buoni risultati. Come vede la situazione? Quali crede che siano i maggiori ostacoli per giungere ad un buon governo dell’ICT?

SQ: A mio avviso l’ostacolo principale è l’ignoranza della nostra classe politica riguardo i temi delle nuove tecnologie. Si tratta di ignoranza diffusa (con qualche lodevole eccezione) in entrambi gli schieramenti. Da più parti, ogni volta che viene presentato un nuovo disegno di legge che riguarda Internet si grida al complotto paventando la nascita (o il ritorno) del Grande Fratello. La situazione è più semplice: ad esclusione del progetto di legge Vita-Vimercati  i precedenti tentativi legislativi nascono da atteggiamenti e comportamenti superficiali da parte del legislatore. Ripeto: superficialità e non comprensione delle tecnologie che portano a proposte di svarioni, che però finora sono state sventate nell'iter parlamentare.

DD: Come valuta il disegno di legge sulla neutralità della rete presentato dai senatori del PD Vita e Vimercati ?

SQ: Do un giudizio favorevole sia sul metodo sia sui contenuti del disegno di legge. Quando parlo di "metodo" intendo riferirmi al fatto che i senatori Vita e Vimercati hanno consultato sia gli utenti della rete sia gli operatori di settore. Riguardo ai contenuti i tre temi su cui si articola la proposta di legge, neutralità della rete, software libero e riuso dei contenuti, sono sicuramente i punti principali di qualsiasi politica digitale innovativa. Sono semmai perplesso sul fatto che argomenti così vasti come questi siano stati affrontati e proposti tutti insieme quasi a voler scrivere un "manifesto" politico. Spero comunque che il Parlamento affronti questi temi, anche prendendo spunto da questa proposta.

DD: Ci sono altre normative che hanno avuto un effetto positivo sul governo della rete?

SQ: La Direttiva 2006/24/CE del Parlamento europeo del 15 marzo 2006 sulla "data retention" (c.d. conservazione dei log) nota anche come "direttiva Frattini" e' una direttiva molto tecnica ma è stata fondamentale per dare chiarezza in relazione agli obblighi di sicurezza per i gestori della rete. Prima di questa direttiva c’era una gran confusione a livello nazionale e comunitario, con obblighi discordanti: da una parte bisognava cancellare dei dati, dall'altra si doveva conservarli. Non c'era modo di rispettare le norme!
Questo testo di legge ha avuto un iter parlamentare corretto: discussione nella commissione parlamentare appropriata, coinvolgimenti degli operatori di settore, contesto europeo. Viceversa altri tentativi legislativi a cui abbiamo assistito nel recente passato - penso alle sciocchezze contenute nel c.d. "emendamento" del senatore UDC Gianpiero D’Elia (qui un mio commento) o nella "legge Carlucci" (qui  il mio commento) - sono nati in modo improvvisato e superficiale suscitando preoccupazione, la mobilitazione della rete, gli sberleffi di Beppe Grillo, qualche retromarcia e (fortunatamente) la bocciatura  da parte del Parlamento.

DD: Parlando di "politica digitale" lei ha spesso parlato di "contrasto generazionale" tra i nostri rappresentanti politici e gli interessi della "generazione Internet".

SQ: Confermo. In larghissima misura, i nostri parlamentari non sono in grado di rappresentare la fascia più giovane e tecnologicamente progredita della popolazione italiana. Questo a causa sia di una diffusa ignoranza dei politici italiani rispetto alle nuove tecnologie sia perché oggettivamente c’è un conflitto tra interessi contrapposti.
Non è un "conflitto di classe" ma, a mio avviso, piuttosto un conflitto "generazionale". La causa è da ricercare nella composizione demografica italiana, in cui i giovani sono una minoranza, e nel sistema elettorale che premia chi rappresenta le istanze di una fascia di popolazione di età più elevata che ha altri interessi. In poche parole è il patto sociale tra generazioni ad essere in discussione. E, come ho già avuto modo di dire  questo non è positivo, perché solo dal progresso ed in particolare dalle tecnologie, può venire sviluppo economico in grado di sostenere i diritti di tutti i cittadini.

[img_assist|nid=33|title=demografia italiana|desc=Fonte International Data Base (IDB)|link=none|align=center|width=601|height=301]DD: Cosa si può fare? Quali sono i rischi per il "sistema Italia"? Qual è il ruolo della politica in questo frangente?

SQ: Ho approfondito questo tema nel mio post "Non è un paese per giovani - reprise 2 - Perché ci sia progresso, è necessario che due generazioni si accordino ". In sintesi: in un documento del Dipartimento del Tesoro del Ministero dell'Economia di luglio 2008 ("Are Italy's public finances sustainable?" qui in pdf) si arriva alla conclusione che le finanze pubbliche nazionali sono solidamente sostenibili solo se si interverrà sulla produttività del lavoro. Per migliorare la produttività il fattore più importante è rappresentato dalle nuove tecnologie, cioè dall’ICT.
Cito: "labour productivity gains should be considered as the most important factor in ensuring long-term fiscal sustainability, and in this respect, the implementation of public policies such as those included in the Lisbon Strategy package is an essential condition to boosting labour productivity and fostering potential growth" ovvero, investire in ICT è una condizione essenziale per  sostenere il welfare italiano.
A mio avviso, purtroppo, la classe politica persegue invece un modello di sviluppo che non guarda al 21esimo secolo ma agli anni '60. Non vedo provvedimenti di respiro che mettano in moto l'ICT nostrano. Non colgo nemmeno segnali deboli quali persone giovani tecnicamente competenti in ruoli importanti o coinvolti in processi decisionali chiave. O, purtroppo, non li vedo in Italia dove, al contrario, le nomine rispecchiano addirittura in modo accentuato la struttura demografica del paese.

DD: Nessuna speranza per l’ICT nazionale?

SQ: Intendiamoci, anche in Italia abbiamo persone capaci e degne; quello che nel nostro paese non è garantito è la possibilità di creare un ricambio generazionale, di portare nuove idee e nuove priorità al centro del tavolo politico, di creare spazi e opportunità per la motivazione, le speranze e l'imprenditorialità dei giovani; spazi che cercano e spesso trovano all'estero

DD: Perché sostiene che il modello di sviluppo dell’Italia guarda agli anni '60?

SQ: Ne ho parlato in questo mio post "Un modello di sviluppo che guarda agli anni '60". In sintesi: i governi effettuano stanziamenti consistenti per le infrastrutture (ferrovie, autostrade, ponti, Mose, eccetera) ma non hanno un piano sistemico per la banda larga, le TLC, l’ITC, la modernizzazione digitale del paese, come ad esempio il piano britannico "Digital Britain". Il governo pensa di far ripartire l’economia con un nuovo boom edilizio contando sul relativo indotto: è facile per la nostra classe dirigente capire che se si fa una nuova casa lavoreranno elettricisti, falegnami, imbianchini, idraulici, ecc.
Questa catena del valore è chiara ai nostri governanti. Invece quando si parla di cablare il paese con la fibra, i nostri politici non sono in grado di capire quale è la catena del valore che ne consegue. Eppure il settore digitale è fondamentale; basti pensare che nel Regno Unito il 6% della popolazione che lavora nel digitale contribuisce per il 10% del PIL, ovvero ha una produttività che è il 50% superiore a quella del resto dell'economia.

DD: In altri paesi la situazione è migliore?

SQ: A chi capisce l'inglese, consiglio questo documentario della PBS. Le prospettive in USA sono che l'assistenza sanitaria e farmaceutica per gli oltre-65 saranno l'elemento principale di spesa pubblica e saranno insostenibili tra poco, per cui cosa fanno gli USA? Investono in ICT per ridurre i costi della sanità.

DD: Le nostre imprese ICT come stanno?

SQ: I nostri neolaureati in materie scientifiche sono oggi di fronte ad una situazione paradossale. L'attività di un programmatore o di un consulente informatico oggi in Italia viene venduta ad una tariffa oraria analoga a quella di una badante alla quale però non è servito studiare e non deve aggiornarsi continuamente. In UK, paese economicamente in crisi, le tariffe dei consulenti IT sono almeno il doppio delle nostre. Ciò determina, oltre ai negativi effetti economici e fiscali, una fuga dei nostri cervelli ICT dai settori strategici per la modernizzazione del paese. Detto in altri termini, rende più fare l'agriturismo che il sistemista.
Lavoro degnissimo e assai piacevole, ma che riduce il contenuto tecnologico del sistema.

DD: Lei cosa propone?

SQ: Io credo che la spesa pubblica non debba guardare esclusivamente ai settori dell'edilizia o della cantieristica (ponti e strade), ma anche all'ICT. Ad esempio si potrebbero aumentare le tariffe per le consulenze informatiche acquistate dalla PA. Ciò orienterebbe l’offerta e farebbe salire le tariffe di tutto il mercato. Se il volume delle prestazioni nel privato è il 50% (circa) in più di quelle del pubblico, l'aumento del gettito fiscale compenserebbe la spesa aggiuntiva della PA, innescando però un circolo virtuoso.

DD: In un suo recente post , lei ha riportato le conclusioni del rapporto "Digital Britain" del governo UK. Di che si tratta?

SQ: Il " Digital Britain Final Report " (qui in pdf) è un’iniziativa molto interessante che citavo sopra. Da sottolineare quanto segue:

  • è un progetto di industrial policy che parte dalla prospettiva della domanda e non dell'offerta
  • è la prima volta che si affronta il tema della digitalizzazione in modo integrato: digitalizzazione delle istituzioni; qualità dell'infrastruttura di comunicazioni - fissa, mobile tv e radio, partecipazione sociale e universalità , qualità dei contenuti e garanzia della pluralità delle fonti di news nel mondo digitale, sicurezza in rete a livello istituzionale/internazionale, nazionale e familiare/domestico
  • si specifica cosa è deciso, cosa è raccomandato e su cosa occorre avviare un processo di consultazione.

Le mie valutazioni sui contenuti del rapporto sono disponibili sul mio post. In sintesi secondo me si tratta di un’ottima iniziativa, durata quasi 9 mesi e con la partecipazione di tutti i maggiori stakholder e che ha un occhio di riguardo nei confronti delle piccole imprese ed attori, che sono il vero motore dell'innovazione. In definitiva un modello da seguire.

DD: Il Partito Democratico eleggerà il suo nuovo segretario tra pochi mesi. Ho letto le mozioni dei tre candidati e nessuno parla di rete, diritti digitali, innovazione tecnologica (solo pochi cenni sull’universo nella mozione Marino). Che ne pensa?

SQ: Non sono d’accordo. La mozione di Bersani ha diversi riferimenti alle tecnologie. Dice Bersani che le tecnologie sono essenziali per sostenere la domanda interna di consumi collettivi e beni comuni, che occorre aumentare la richiesta di nuove tecnologie utilizzando il finanziamento di progetti europei per la ricerca e le tecnologie.
Diciamo che nella mozione di Bersani con il tag "tecnologia" si comprende anche la rete, la digitalizzazione e tutto il resto… La mozione di Franceschini mi sembra invece più debole da questo punto di vista. La nozione Marino mi pare sia più vaga nei suoi accenni a possibili "politiche digitali". La mia percezione è che nessuno dei tre candidati alla segreteria ha una vera consapevolezza dell’importanza dell’ICT. Forse però Bersani ha collaboratori più attenti e preparati su questo tema.

DD: Radicali e Italia dei valori sono più attenti alla politica digitale rispetto al PD?

SQ: Il partito Radicale ha una cultura profonda della rete che risale a tempi non sospetti, addirittura al periodo pioneristico della telematica italiana; mi riferisco a Cicciomessere creatore di "Agora' Telematica" una delle prime BBS italiane. Ritengo che il partito Radicale sia molto avanti rispetto al PD su questo tema.

DD: E l’Italia dei Valori?

SQ: Penso che Di Pietro fa un ottimo marketing delle sue proposte comprese quelle di stampo digitale. Anche lui è avanti rispetto al PD. L’alleanza di fatto con Beppe Grillo gli garantisce, inoltre, di indirizzare fasce di insoddisfazione con contenuti "tecnologici".

DD: Politica e rete. Diritti digitali. Digital divide. Formati aperti…Il Partito Democratico eleggerà il suo nuovo segretario tra pochi mesi. Che consigli darebbe su questi temi al nuovo segretario del PD?

SQ: Il mio consiglio è di avere pazienza e di costruire per il futuro. Occorre progettare oggi la politica, anche quella digitale, del futuro. Il PD al momento non riesce a rappresentare le istanze della "generazione digitale" perché il suo elettorato è prevalentemente di età avanzata. Occorre però gettare adesso le basi per il PD dei prossimi 10, 20 anni quando per motivi demografici questi temi saranno al centro del dibattito politico anche in Italia. Mi permetto di dire, a riguardo, che il radicamento anche "fisico" del PD nel territorio potrebbe essere un suo vantaggio rispetto ai competitor anche rispetto ai temi digitali; il PD ha l'opportunità di usare la presenza fisica per "evangelizzare" i propri iscritti e simpatizzanti sul nuovo mondo digitale. La presenza fisica è importante.
La Rai negli anni del boom economico ha insegnato a molti italiani a leggere e scrivere: nel caso digitale, questa potrebbe essere una lacuna colmabile con  strutture territoriali e con i canali di comunicazione collaudati di un partito radicato nel territorio.
Infine vorrei dare un ultimo consiglio al futuro segretario del PD: devi avere il coraggio di prendere decisioni anche impopolari o non immediatamente elettoralmente vantaggiose;. nel digitale come nella old economy.

DD:
Grazie Stefano.

SQ: Grazie a voi

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