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Enrico Letta: attacco del Financial Times: "Finora in letargo, il voto lo spinga a fare qualcosa" (Huffington Post, 12 giugno 2013)

Politica: 

enrico letta

"Da quando è stato scelto dal presidente Giorgio Napolitano", Enrico Letta "ha fatto molto poco" per l'economia, ma ora, dopo un risultato delle elezioni amministrative che sembra dare maggiore stabilità al governo, "dovrebbe provare a far ripartire l'Italia". Perché finora, secondo il Financial Times, ha dormito. È stato "in letargo".
Lo scrive il quotidiano londinese in un editoriale dedicato al presidente del Consiglio dal titolo, appunto, "La letargia di Letta" in cui si parla di una "impossibile trilogia" di obiettivi del premier.

Letta - si legge - "vuole ridurre le tasse, aumentare la spesa sull'istruzione e, allo stesso tempo, rispettare gli obiettivi di deficit fissati da Bruxelles. Ma governare - commenta il Ft - comporta scelte difficili".
Il quotidiano della City ricorda che fare le riforme spesso lo si paga in termini di popolarità, come successo al governo Monti, e sottolinea anche la possibilità che il futuro del governo possa essere a rischio a causa delle sentenze in arrivo su Silvio Berlusconi.
Tuttavia, conclude il Financial Times, "nessuna giustificazione regge quando le riforme sono così urgenti". E ora che con le amministrative "gli elettori hanno dato spazio a Letta", il presidente del Consiglio dovrebbe darsi da fare per rimettere in marcia il Paese.
Letta ha motivi per sorridere dopo l’ultima tornata delle elezioni amministrative. Il suo partito ha vinto in tutte e 16 le grandi città in cui i cittadini sono andati alle urne. Soprattutto, il centrosinistra ha riguadagnato il controllo di Roma, dove aveva subito una sconfitta umiliante nel 2008.
La brutta figura del Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi, che sostiene il governo, rende meno probabile l’eventualità che il magnate e politico opti per staccare la spina alla coalizione. Il centrodestra è ancora avanti nei sondaggi a livello nazionale. Ma il risultato della scorsa settimana mostra che il Cavaliere potrebbe imbattersi in brutte sorprese se dovesse decidere di forzare in direzione del voto anticipato
Anche la sconfitta del Movimento 5 Stelle è giudicata dal Ft “politicamente rilevante”. “La creazione di Beppe Grillo, un comico trasformato in attivista, ha pagato un prezzo pesante per il suo rifiuto a sostenere ogni sorta di governo di coalizione”.
"È una buona notizia che l'ondata di populismo frenetico che era scesa sull’Italia alle elezioni politiche sembri essere diminuita. Gli italiani – prosegue l’editoriale – vogliono soluzioni alla crisi economica. Fino ad ora, sembrano disposti a dare al signor Letta e al suo gabinetto il beneficio del dubbio".
È a questo punto che parte l’affondo/avvertimento al premier. “Il presidente del Consiglio, tuttavia, dovrebbe utilizzare questo tempo saggiamente. L'economia si è contratta del 2,4% in un anno, secondo i dati dei primi tre mesi. Il governo si aspetta una ripresa nella seconda metà di quest'anno, ma ciò sembra sempre più improbabile”.
E ancora: “Da quando è stato scelto dal presidente Giorgio Napolitano, l'onorevole Letta ha fatto ben poco per far funzionare l'economia. Così com'è, il suo programma appare sempre più come una trilogia impossibile: vuole tagliare le tasse, aumentare la spesa per l'istruzione e, allo stesso tempo, rispettare gli obiettivi di disavanzo fissati da Bruxelles. Ma il governare richiede scelte difficili”.
“È difficile conciliare le priorità divergenti dei partiti che sostengono l'esecutivo”, riconosce il quotidiano Ft. “Una lezione dall'esperienza del governo tecnico di Mario Monti è che le riforme non sempre pagano in termini di consenso popolare. Vi è il rischio che la coalizione non durerà se Berlusconi viene condannato in uno dei processi che deve affrontare”.
Non sono ammesse, tuttavia, giustificazioni. “Nessuna delle scuse di cui sopra resta in piedi, quando la necessità di riforme è così pressante. Gli elettori hanno dato spazio signor Letta. E lui dovrebbe provare a rimettere l’Italia in movimento”.

 

Michele Serra: Viva Giachetti. Provaci ancora, Giachetti (La Repubblica, 30 maggio 2013)

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Fonte: triskell
Se fossi un deputato della Repubblica avrei votato sì alla mozione del renziano Giachetti, che proponeva di tornare al discutibile Mattarellum pur di abolire il disgustoso Porcellum. E farlo subito, immediatamente, ora. Il governo ha obiettato che ben altro è l’iter da seguire per riformare la legge elettorale. E ha approvato un percorso bipartisan che rimanda a non si sa quando la molto ipotetica approvazione di una molto ipotetica nuova elegge elettorale ipoteticamente molto migliore sia del Porcellum sia del Mattarellum. Fin troppo ovvia la ragione per la quale avrei preferito l’uovo (oggi) di Giachetti alla gallina (domani) di Letta. Non credo che questa maggioranza sia in grado di varare in tempi decenti (diciamo: entro le prossime elezioni) una nuova legge elettorale. Peggio: credo che almeno una componente del governo, il Pdl, non abbia alcuna intenzione di levare di torno quel Porcellum che è figlio suo, e porta la firma di un signore, Calderoli, che incredibilmente (l’ho scritto, credo, una ventina di volte: incredibilmente) è parte in causa, oggi, in quella materia elettorale che ha contribuito a scempiare. Dunque, viva Giachetti. Provaci ancora, Giachetti.

La sfida vinta da Fonzie (l’Unità, 25 maggio 2013)

Politica: 

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Fonte: qui in pdf su www.zeroviolenzadonne.it
I ricordi dell’ex attore: infanzia difficile segnata da dislessia non riconosciuta. Il riscatto di Henry Winkler comincia con il successo della serie tv«Happy Days». Oggi, alle soglie dei 70anni, una nuova carriera come scrittore di romanzi

  • di Rock Reynolds

Chi l’avrebbe detto che una delle icone più inossidabili della cultura popolare a stelle e strisce e, in un certo senso, pure del perbenismo bianco americano sia stato protagonista di un’infanzia non facile, un’infanzia caratterizzata da quella difficoltà di espressione e comunicazione che la storia di vita di quest’uomo sembrerebbe sconfessare?
Eppure, Henry Winkler, che nelle vesti dell’Arthur Fonzarelli della serie televisiva Happy Days ha rappresentato un modello di riferimento per un paio di generazioni di americani e poi di fan di mezzo mondo, sembra quanto di più lontano vi sia dal ragazzino in difficoltà che è al centro dei suoi romanzi.
Già, perché Henry Winkler, alle soglie dei settant’anni, pare a grande agio nei panni dello scrittore, con una lunga serie di romanzi all’attivo che finalmente approda anche nel nostro paese.
Hank Zipzer e le Cascate del Niagara (Uovonero, traduzione di Sante Bandirali, pagg 160, euro 12) dovrebbe essere il primo di una serie di romanzi aventi per protagonista l’alter ego del Winkler giovane, quell’Hank Zipzer che vive in un mondo non sempre in sintonia con quello degli adulti e di qualche coetaneo, stretto tra le maglie della dislessia, una patologia ancora per molti versi poco conosciuta dal pubblico. Il romanzo è stato scritto a quattro mani da Winkler e da Lin Oliver e, nella versione italiana, si avvale delle belle illustrazioni di Giulia Orecchia. Hank si trova a dover affrontare il peggior incubo in cui un ragazzino con le sue difficoltà possa sprofondare: nel giro di pochi giorni deve consegnare un tema di cinque soli paragrafi alla maestra, una donna implacabile che ha già dichiarato di voler fare di lui un monito per l'intera classe.
D’altro canto, la maestra si chiama signora Adolf e con un nome così... Cinque piccoli paragrafi, dicevamo: una prova di una difficoltà mostruosa. Ma quello che a Hank manca in termini di capacità di lettura e scrittura, non gli fa certo difetto in creatività. Insieme a due amici fidati, due angeli custodi in erba, decide di risolvere le cose a modo suo. Il resto lo scoprirete leggendo questo divertente romanzo, scritto con passione e humour.
In Italia per far conoscere il suo romanzo al pubblico, Winkler si è subito dimostrato affabile quanto Fonzie era simpatico e sbruffone.
Conscio di aver rappresentato un’icona (al punto da ricevere fino a 50.000 lettere alla settimana negli anni Settanta), Winkler sembra una persona molto attenta alle esigenze del prossimo.

libro

Signor Winkler, ha iniziato a scrivere per esorcizzare le difficoltà della sua dislessia oppure la scrittura è sempre stata una sua passione?

«Ho iniziato a scrivere solo dopo che un tizio mi suggerì di raccontare in un libro per bambini le mie vicissitudini di ragazzino dislessico. Gli dissi di no. Io scrittore? Figurarsi. Quando, a un anno di distanza, mi fece nuovamente la proposta, dissi che ci avrei provato. Conobbi Lin Oliver, la mia partner letteraria, e il resto è storia. Abbiamo scritto insieme 24 romanzi. Se avessi detto nuovamente di no, mi sarei perso un’incredibile esperienza umana. Per cui, dico sempre ai bambini di credere in ciò che fanno. La vita è piena di sorprese e siamo noi a dovercele creare.»

È vero che ha scoperto di essere dislessico solo a 31 anni?

«Sì, quando a mio figlio è stata diagnosticata la dislessia. In precedenza mi ero ritrovato a rivolgergli gli stessi rimproveri che ricevevo dai miei genitori e che mi hanno fatto tanto male. I miei genitori erano profughi tedeschi ebrei. I loro genitori erano morti nei lager. Per questo li rispetto, ma sono stati genitori durissimi che non hanno capito nulla di me. Non hanno fatto altro che instillare negatività in me, considerandomi un buono a nulla, uno sciocco. Io mi sono impegnato a essere diverso coi miei figli, con i quali ho sempre avuto un rapporto molto aperto. Dire a tuo figlio dislessico che è un somaro e che non ce la farà mai è diabolico. Bambini: se avete un sogno, non è più un sogno, è già realtà.»

Quanto è difficile per un dislessico imparare un copione?

«Molto impegnativo. Ogni lunedì, quando la squadra di HappyDays si ritrovava, era un piccolo incubo. Ma siccome dalla dislessia non si guarisce, col tempo ho imparato la cosa fondamentale, ovvero riuscire a conviverci e a eluderla. Insomma, devi imparare a risolvere i tuoi problemi e la strada per farlo non è univoca. Ognuno deve trovare il suo percorso personale ed essere cosciente che una via c’è.»

Lei ha dichiarato di essersi sentito sciocco e pigro prima che la sua condizione venisse riconosciuta. Cosa consiglierebbe ai genitori di un bambino dislessico per alleviarne la sofferenza sociale?

«Incontro tantissimi bambini delle scuole e uno su cinque soffre di disturbi dell’apprendimento, un numero altissimo. Ma i bambini devono sapere che ognuno di noi ha in sé qualcosa di grande. Devono solo scoprire di cosa si tratta e trovare la loro strada, che non ha necessariamente a che fare con la scuola. Per esempio, la matematica era il mio incubo, eppure non ho mai usato una sola volta nella mia vita la parola “ipotenusa”. Vorrà pur dire qualcosa, giusto? Tutti devono avere la forza per provare a fare qualcosa e il coraggio di ammettere un fallimento, per poi rialzarsi in piedi. Ecco perché le mie parole preferite sono “tenacia”, ciò che ti fa arrivare dove vuoi arrivare, e “gratitudine”, che è la cosa che ti impedisce di essere alimentato dalla rabbia nel tragitto.»

Ci può descrivere il suo viaggio? Da bambino dislessico ad attore di successo e ora pure scrittore …

«Io vivo tuttora un sogno. È da quando ho sette anni che, per evadere dalla cupezza dell’ambiente familiare, sogno di fare l’attore. Ho studiato per riuscirci e ce l’ho fatta. Ho provato a fare il produttore e il regista, con alterni risultati, e poi sono addirittura diventato uno scrittore. Chi l’avrebbe mai detto? Di certo, non io. Di certo, non i miei genitori. Appesantire il fardello di un bambino dislessico con un atteggiamento censorio e duro è l’opposto di ciò che va fatto. Prendete me: malgrado la durezza e l’insipienza dei miei genitori, la vita mi ha condotto fin qui in Italia, nelle vesti prima di attore e poi di scrittore. La dislessia è una condizione ereditaria e i miei tre figli ne soffrono, il che non ha impedito loro di trovare una collocazione nel mondo. E, a parte la mia famiglia, la cosa di cui io vada più fiero sono proprio i miei libri.»

Ha ancora rapporti con la vecchia squadra di«HappyDays»?

«Certamente. Con Ron Howard, per esempio, siamo in costante contatto su Twitter, che mi piace un sacco. La forza di quella serie era proprio la coesione che regnava tra noi e che ha continuato a durare nel tempo. In molte serie televisive che partono in sordina e poi ottengono enorme popolarità, si percepisce l’atteggiamento sempre più strafottente degli attori. Nel nostro caso, non è mai successo nulla del genere e, infatti, la serie è durata a lungo e i nostri buoni rapporti si sono mantenuti nel tempo».

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Bibliografia essenziale

Polemiche collegate

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Da Formigoni a Latorre, l’eterno ritorno dei soliti noti (Il Corriere della Sera, 8 maggio 2013)

Politica: 

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Sacconi e Damiano, Galan e La Russa: i volti «nuovi» delle commissioni. Il pd Civati: pure Formigoni eletto coi nostri voti

Non ha dovuto nemmeno svuotare i cassetti, Antonio Azzollini da Molfetta, città pugliese di cui era sindaco, senatore del Popolo della libertà alla quinta legislatura consecutiva. Senza fare una piega, i suoi colleghi di destra e di sinistra l'hanno rieletto presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama che aveva già guidato per i cinque anni passati.
Se cercavate un segno tangibile del la rivoluzione che ha investito un parlamento dove sono entrate 612 persone che finora l'avevano visto solo in cartolina, con un tasso di ricambio di ben il 64,5 per cento, eccovi serviti.
Ne volete altri?
La presidenza della commissione Lavori pubblici, sempre al Senato: l'ha avuta l'ex ministro delle Infrastrutture dell'ultimo governo Berlusconi, Altero Matteoli, settantaduenne di Cecina, in procinto di tagliare il traguardo dei trent'anni da onorevole. Quando è entrato alla Camera con il Movimento sociale di Giorgio Almirante, nel 1983, ha trovato già lì il suo futuro collega di governo Maurizio Sacconi, ex ministro del Lavoro dell'esecutivo del Cavaliere e da ieri presidente della commissione Lavoro. Correva l'anno 1979: Margaret Thatcher varcava il portoncino del numero 10 di Downing street, la Ferrari di Jody Scheckter vinceva il mondiale di Formula uno e i banditi sardi rapivano Fabrizio De André e Dori Ghezzi.
Intendiamoci, qui non sono in discussione l'esperienza o le competenze dei singoli. Quelle di Sacconi, per restare soltanto all'ultimo dei casi citati, sono assolutamente incontestabili. Ma se le nomine dei vertici delle commissioni dovevano essere l'occasione per rinnovare i metodi delle scelte politiche, oltre che gli uomini, quella si è persa. Alla grande. Hanno prevalso le solite vecchie logiche: premiare i più fedeli, risarcire i delusi, onorare qualche promessa fatta quando si pensava a un diverso risultato elettorale.
Le medesime logiche hanno proiettato l'ex ministro del Lavoro dell'ultimo governo di Romano Prodi, Cesare Damiano, al posto di presidente della commissione Lavoro della Camera. Oppure l'ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, senatore orfano dell'incarico di commissario generale dell'Expo 2015 che aveva cercato di difendere con le unghie e con i denti, sulla poltrona di presidente della commissione Agricoltura di Palazzo Madama. O ancora, la senatrice Anna Finocchiaro, convinta pubblicamente fino a pochi giorni fa che «un'alleanza fra Pd e Pdl avrebbe un difetto serio di affidabilità», alla guida della commissione Affari costituzionali.
Nemmeno Elio Vito, ex radicale, pidiellino e ministro del quarto governo Berlusconi, eletto nel 1992, si può lamentare: presidente della commissione Difesa di Montecitorio. Né Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto e già ministro dei Beni culturali con il Cavaliere: presidente della commissione Cultura della Camera. E Pier Ferdinando Casini? Niente paura: presidente della commissione Esteri del Senato. Incarico toccato, a Montecitorio, nientemeno che a Fabrizio Cicchitto, un tempo promessa del Psi di Bettino Craxi approdato per la prima volta alla Camera nel 1976, che ha passato a Renato Brunetta il testimone da capogruppo pdl alla Camera.
Né il divorzio da Berlusconi ha nuociuto particolarmente all'ex triumviro del Pdl Ignazio La Russa, traslocato all'opposizione con Fratelli d'Italia: si è beccato la presidenza della giunta per le Autorizzazioni a procedere. Mentre il deputato del Pd Francesco Boccia, già in predicato per un posto al governo, ipotesi tramontata contestualmente alla nomina a ministro dell'Agricoltura di sua moglie, la deputata del Pdl Nunzia De Girolamo, è stato dirottato al vertice della commissione Bilancio di Montecitorio.
Nella scientifica suddivisione di poltrone e poltroncine fra generali e marescialli è scappata fuori una presidenza di commissione anche per il dalemiano a quattro ruote motrici Nicola Latorre. La Difesa del Senato, per l'esattezza.
E il portavoce del Cavaliere Daniele Capezzone, dopo una traversata del deserto durata ben cinque anni con tanto di astinenza parlamentare, seguita alla veloce piroetta che nel 2008 l'ha trasformato da ex segretario radicale a pasdaran berlusconiano, non meritava forse un piccolo ma adeguato riconoscimento? Eccolo dunque presidente della commissione Finanze della Camera. Una bella rivincita: è uscito da presidente di commissione, allora le Attività produttive, è tornato da presidente di commissione. Che fine hanno fatto gli stracci che volavano con il Pd fino all'altro ieri? Acqua passata... Ma anche questo è il nuovo che avanza.

 

Giovani turchi, tutti in poltrona (l’Espresso, 6 maggio 2013)

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Avevano posizioni radicali sul lavoro, attaccavano Monti e Renzi, volevano cambiare il Pd. Ora si sono accomodati nel governo e sono diventati tutti moderati

  • di Francesco Colonna

Ultimamente si sentono nominare spesso, sui giornali e nei pastoni dei tg: “giovani turchi” di qua, “giovani turchi” di là. La sensazione dei più - quelli che non masticano il politichese - è di straniamento e incomprensione.
Allora, una premessa: i “giovani turchi”, quelli veri, erano i militanti di un movimento politico di fine Ottocento, appunto in Turchia, ispirati un po' alla Giovane Italia del Mazzini: volevano trasformare il vecchio impero ottomano in una moderna monarchia costituzionale. Poi, negli anni '50 del secolo scorso, l'espressione fu usata per identificare i giovani e rampanti democristiani sardi capeggiati da Cossiga e da Pisanu che volevano scalare il partito rottamando i vecchi capi dell'epoca.
Così si arriva ai “giovani turchi”  del Pd di oggi, i cui nomi noti sono quattro: Andrea Orlando (ora ministro) Stefano Fassina (ora viceministro), Matteo Orfini (capo della cultura nel partito) e l'europarlamentare Roberto Gualtieri.
Prima erano sostenuti da Bersani.
Per tanti, fino a ieri, rappresentavano l'anima di sinistra del Pd e i filo-montiani - come Piero Ichino - ne criticavano le idee a loro dire troppo socialdemocratiche.
Poi arrivarono la pesante sconfitta elettorale del 24 e 25 febbraio, la telenovela dell'elezione del presidente della Repubblica, la riconferma di Napolitano, il governissimo di Enrico Letta. E i giovani turchi ora dicono cose e compiono scelte che di progressista sembrano avere davvero poco. Non sono spariti. Ma sembrano diventati un'altra cosa.
Esagerazioni? Non proprio, se si leggono e confrontano le dichiarazione e le mosse di Fassina e compagni prima e dopo gli ultimi avvenimenti.
Fino alle elezioni, i giovani turchi costituivano una corrente di bersaniani ostile a Matteo Renzi e alle sue politiche "blairiane". Ecco cosa diceva Stefano Fassina di Renzi lo scorso giugno: « È un ex portaborse, una figura minoritaria nel partito che ripete a pappagallo alcune ricette della destra ed è fuori tempo massimo».
A ottobre, durante la campagna per le primarie di coalizione, Fassina rincarava la dose: «Renzi nel suo programma fa il copia-incolla delle proposte dell'Assemblea Nazionale del partito». Matteo Orfini non è da meno e subito dopo le elezioni dichiara: «Renzi avrebbe dovuto rappresentare una risposta alla voglia di rinnovamento. Ma guardo i risultati e ne concludo che le sue convinzioni economiche, la sua lettura alla crisi e le sue ricette, incarnate da Monti e Giannino, hanno raccolto insieme l'11 per cento. Le idee di Renzi sono state sconfitte dal voto».
Anche Mario Monti, il ''premier-banchiere'', subiva ovviamente gli attacchi dei giovani turchi. Quando le riforme del governo tecnico si rivelarono così pesanti e così poco eque che l'elettorato di sinistra non riusciva più a nascondere la propria insoddisfazione, la componente di Fassina, Orfini e Orlando si faceva portavoce di questo disagio.
Lo scorso ottobre Fassina affermava che «bisogna rottamare l'agenda Monti» (e Monti rispondeva che Bersani bene farebbe a "silenziare" Fassina). Lo scorso gennaio, quando ancora si pensava che l'esito più probabile delle elezioni sarebbe stato un governo Pd-Scelta Civica, Fassina disegnava una linea di politica economica di sinistra che certamente il probabile, futuro alleato Monti mai avrebbe approvato: «Lo schema d'intervento di Monti», spiegava Fassina, «sta nel quadro della svalutazione del lavoro, (...) nella linea economica mercantilista dei partiti conservatori europei. Il problema di competitività esiste, ma va affrontato non con lo smantellamento dei sindacati e la riduzione delle retribuzioni ma con investimenti innovativi». Abbasso la Merkel e la Bce, viva Keynes.
Dopo aver pronunciato frasi così nette, in molti a sinistra si aspettavano dai Fassina e dagli Orfini comportamenti coerenti. Per esempio abbracciando la proposta di Rodotà come nuovo Presidente della Repubblica. Approfondendo la lotta contro la componente moderata del partito. Mostrando in qualche modo contrarietà al governissimo filo-montiano che Enrico Letta si apprestava a guidare
Invece.
Invece prima Fassina fa capire di non voler dare battaglia per il candidato proposto dal M5S: «Stimo Rodotà ma ci sono milioni di persone che non sanno chi sia. Neanche i miei genitori lo conoscono». Lo scorso 22 aprile l'odiato Renzi diventa il candidato premier di Matteo Orfini: «In direzione lo proporrò alla presidenza del Consiglio. Penso che la sua sarebbe una candidatura in grado di sfidare tutti sul terreno del governo». Andrea Orlando non è da meno: «Se governo politico deve essere, allora chi meglio di Matteo Renzi a guidarlo?». Enrico Letta, che aveva duramente attaccato Fassina per le sue critiche al governo dei tecnici, riceve l'approvazione dei giovani turchi (anche se il responsabile economico del Pd debolmente protesta: «Questo governo è un buon compromesso». Ed è ancora Fassina a spiegare che forse l'avventura della sua corrente è al capolinea: «Il nostro gruppo è stato un'esperienza importante per dare visibilità a un punto di vista sull'agenda Monti. Ma ora siamo in un'altra fase».
Insomma, la nuova anima progressista del partito sembra già in ritirata. Ha svolto un ruolo di testimonianza (o di gestione dei mal di pancia dell'elettorato più riformista). E quel ruolo probabilmente si è esaurito. Dopo l'indietro tutta dei giovani turchi e in attesa delle mosse di Fabrizio Barca, chi è rimasto oggi a rappresentare la sinistra nel Pd?

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Redditi dei politici: scatta la «fase 2» della trasparenza (Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2013)

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Prima erano i redditi dei ministri.
Ora sotto la lente ci sono tutti: anche governatori, sindaci e assessori devono pubblicare sul sito dell'amministrazione di appartenenza la loro situazione patrimoniale.
Sanzioni fino a 10mila euro per chi se ne “dimentica”.
Tutti possono segnalare le inadempienze attraverso il nuovo strumento del l'accesso civico, che – come sottolinea il ministro della Pa, Patroni Griffi – permette a imprese e cittadini di tenere sotto controllo gli uffici pubblici. Sono novità contenute nel decreto sulla trasparenza, in vigore da sabato scorso.

Le spese della Pa vanno online

In vigore il decreto che rafforza con sanzioni gli obblighi di informazione

  • di Antonello Cherchi e Valeria Uva

Un click per conoscere il tempo di attesa nell'ospedale di zona per un'ecografia.
Un altro per sapere quante poltrone occupa il sindaco.
Un sogno? Non proprio.
Da sabato scorso l'obiettivo di una macchina pubblica «casa di vetro» è più vicino.
Dal 20 aprile infatti è in vigore il decreto legislativo 33/2013, che riordina gli obblighi di trasparenza per tutte le Pa, dai comuni ai ministeri, dalle scuole alle Asl.
Una sorta di testo unico con due obiettivi.
Il primo - tradizionale - è quello di riordinare la grande mole di obblighi di pubblicazione che già incombe sulle nostre amministrazioni (con questo decreto la Civit, la commissione per la trasparenza ne ha contati circa 200).
Il secondo, più innovativo, è di accendere altri fari sull'operato della Pa, a cominciare dalle risorse gestite.
Molte le informazioni che per la prima volta trovano la strada del web: a cominciare dai bilanci dei gruppi politici regionali e provinciali (per dimenticare gli scandali dei consigli regionali di Lazio e Lombardia e, ora, anche del Piemonte), per proseguire con la mappa completa non solo dei patrimoni dei politici ma anche dei loro incarichi, pubblici e privati.
A tutti gli eletti le nuove norme impongono di far conoscere la situazione patrimoniale: redditi percepiti, immobili di proprietà, investimenti, partecipazioni in società.
Del tutto nuova è anche l'estensione della pubblicità di queste informazioni «al coniuge non separato e ai parenti fino al secondo grado».

Che si possono però anche rifiutare, ma in questo caso l'amministrazione è tenuta a dare notizia del diniego.
A corredo dell'obbligo sanzioni, anche pecuniarie: da 500 a 10mila euro a carico del politico inadempiente.
Online vanno da subito gli elenchi dei dirigenti amministrativi di tutte le pubbliche amministrazioni (compresi i direttori delle Asl) con il curriculum e l'elenco degli altri incarichi e dei compensi percepiti.
Ogni amministrazione deve rendere note tutte le consulenze concesse.
Incarichi e consulenze vanno anche comunicati alla banca dati «Perla» gestita dal ministero della Pubblica amministrazione.
«In questo modo avremo a breve un censimento completo di quanto spende lo Stato in consulenze» spiega Roberto Garofoli, capo di gabinetto del ministro Filippo Patroni Griffi.
Per la prima volta gli enti locali dovranno far conoscere la mappa delle società partecipate.
Se non lo faranno, non potranno più versare neanche un euro alla partecipata stessa.

Insomma ora si fa sul serio anche grazie a pesanti sanzioni pecuniarie a carico dei dirigenti inadempienti (si veda la scheda in questa pagina).
E si fa sul serio in modo generalizzato: nessuna gradualità è prevista per i piccoli enti, che dovranno sopportare un carico piuttosto gravoso.
Ma a chi è affidato il compito di far funzionare questa complessa macchina? All'esterno - ed è questa la novità - a tutti i cittadini e alle associazioni (si veda la pagina successiva).
All'interno, ogni amministrazione deve avere un «Responsabile della trasparenza» con compiti di segnalazione degli inadempienti anche all'ufficio disciplina.
Vigila anche l'Oiv (organismo indipendente di valutazione).
In seconda battuta può intervenire la Civit, che sta lavorando a un apposito portale.
«Servirà anche a favorire lo scambio delle informazioni» spiega la presidente, Romilda Rizzo.
La Civit deve segnalare le inadempienze ai vertici politici delle amministrazioni ma, ammette Rizzo, «possiamo contare solo su 30 funzionari più dieci esperti».

Politica: patrimoni e spese ai raggi x

Politici con il 730
Il patrimonio dei politici diventa trasparente: per la prima volta è obbligatorio per tutti i titolari di incarichi politici elettivi (anche sindaci e assessori) pubblicare i redditi, le proprietà o le società possedute.
Sul sito devono comparire: la dichiarazione dei redditi, le proprietà e ogni altro investimento.
La trasparenza si estende ai coniugi e ai parenti fino al secondo grado, se acconsentono.
Il loro «no» va comunque reso noto sul sito.
Il politico deve rendere noti compensi e indennità legati all'incarico, i costi dei viaggi e le spese di missione sostenute.
Da comunicare anche cariche (e compensi) cumulati in altri enti pubblici e nelle società private.
Il bilancio dei gruppi
Niente più misteri e gestioni occulte anche per i rimborsi ai gruppi politici di regioni e province.
In risposta agli scandali sull'uso dei fondi consiliari in Lombardia e nel Lazio, diventa obbligatorio per ogni gruppo politico in Consiglio regionale o provinciale rendere noti i rendiconti, dando evidenza ai fondi ottenuti.
Vanno indicate ovviamente anche le modalità di spesa delle risorse.
Pena il dimezzamento dei fondi.
Regioni e province devono mettere online anche le relazioni degli organi di controllo (ad esempio, la Corte dei conti) sui bilanci dei gruppi politici

Organizzazione: in rete premi e assenze

Dirigenti e consulenti
Riguardo agli incarichi dirigenziali e di consulenza devono essere pubblicati: l'atto di conferimento, il curriculum, i compensi, eventuali altri incarichi nella Pa o professionali.
Devono, inoltre, essere resi pubblici i dati sugli incarichi conferiti a ciascun dipendente, con la durata e il compenso
L'organizzazione degli uffici
Devono essere pubblicati i dati: sugli organi di indirizzo politico e amministrativo con l'indicazione delle rispettive competenze; l'articolazione degli uffici, le competenze, le risorse assegnate e i nomi dei dirigenti responsabili; l'elenco dei numeri di telefono e delle mail cui il cittadino può rivolgersi; il conto annuale del personale e le relative spese; la dotazione organica, il personale in servizio e il costo; i tassi di assenza (da aggiornare ogni trimestre); l'elenco del personale a tempo determinato e i relativi costi; i bandi di concorso per il reclutamento di personale, a qualsiasi titolo; l'ammontare dei premi collegati alle performance degli uffici e i bonus effettivamente distribuiti
Gli enti controllati
Le amministrazioni devono rendere noti i dati sugli enti vigilati o partecipati.
In particolare vanno pubblicate le informazioni sulla misura della partecipazione, la sua durata, il numero di rappresentanti designati e degli amministratori e i relativi compensi

Rating per i pagamenti appalti senza segreti

I tempi dei pagamenti
Con cadenza annuale deve essere pubblicato un indicatore (denominato "Indicatore di tempestività dei pagamenti") dei tempi medi di pagamento degli acquisti di beni, servizi e forniture
Le opere pubbliche
Ogni amministrazione deve pubblicare le informazioni sulle procedure per l'affidamento e l'esecuzione di opere pubbliche, di servizi e forniture.
Vanno, inoltre, fatte conoscere le informazioni sulla programmazione anche pluriennale delle opere pubbliche da realizzare, i dati sulla valutazione degli investimenti, comprese le informazioni sui nuclei di valutazione e verifica degli investimenti pubblici (compiti, criteri di individuazione dei componenti e loro nomi).
Sono, altresì, da pubblicare le informazioni sui tempi, i costi unitari e gli indicatori delle opere da completare
L'urbanistica
Devono essere resi pubblici: gli atti di governo del territorio (piano territoriali, paesistici, strumenti urbanistici e loro varianti), le relative delibere di adozione, gli allegati tecnici.
In una sezione ad hoc vanno pubblicate le proposte urbanistiche che comportino aumenti di volumetrie a fronte della realizzazione di opere o della cessioni di aree per finalità pubbliche

Le sanzioni: pagano politici e dirigenti

Sanzioni generali
Previste in caso di inadempimenti burocratici: responsabilità (dirigenziali e disciplinari) valutate ai fini della corresponsione della retribuzione di risultato o del trattamento accessorio
Sanzioni specifiche
Mancata comunicazione dei dati di chi riveste incarichi politici elettivi: sanzione pecuniaria da 500 a 10mila euro a carico del responsabile dell'omissione (si applica a partire dal 17 ottobre 2013)
Mancata pubblicazione dei dati sui titolari di incarichi dirigenziali e sui consulenti: inefficacia dell'atto di conferimento dell'incarico e sanzione pari alla metà della somma corrisposta al dirigente o al consulente.
La sanzione è comminata al dirigente che ha disposto il pagamento.
Mancata pubblicazione dei rendiconti dei gruppi consiliari regionali e provinciali: riduzione del 50% delle risorse da assegnare nel corso dell'anno
Mancata pubblicazione dei dati degli enti pubblici e di diritto privato vigilati: divieto di erogazione delle somme da parte dell'amministrazione vigilante e sanzione amministrativa da 500 a 10mila euro a carico del responsabile della violazione (quest'ultima sanzione si applica a partire dal 17 ottobre 2013)

Il decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33

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Renzi: Così rifonderò il Pd (la Repubblica, 22 aprile 2013)

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  • Fonte: in pdf  su rassegna stampa della Difesa e online su Iusletter

Intervista al sindaco. Rischio scissione tra i democratici. Sfida a Grillo sui cambiamento governo di un anno, poi presidenzialismo

  • di Claudio Tito

«Cambiare il Partito Democratico per cambiare l’Italia».
Il giorno dopo l'elezione di Giorgio Napolitano e le dimissioni in blocco dell'intero gruppo dirigente del Pd, Matteo Renzi lancia la sua sfida.
È pronto a candidarsi per un progetto a favore di un «nuovo riformismo». Vuole un partito rinnovato, capace dì interpretare il Paese e che non si paralizzi nella difesa delle «sue correnti».
Renzi lancia la doppia sfida – “Ecco come voglio rifondare il Pd, un anno di governo e poi al voto”
Basta inseguire Grillo, dettiamo noi agenda. E apre al presidenzialsmo
Il sindaco di Firenze sprona i democratici ad accettare la sfida di un «infingardo» come Beppe Grillo dettando l'agenda del governo che sta per nascere.
«Mettiamoci la faccia anche con un nostro premier» ma indicando le priorità a cominciare dall'emergenza lavoro e senza aver paura del popolo del web.
Un esecutivo che duri non più di un anno per poi tornare al voto con una nuova legge elettorale e dopo aver approvato un pacchetto di provvedimenti che diano una boccata d'ossigeno ai cittadini.
E magari dopo aver introdotto l'elezione diretta del capo dello Stato.

«A questo punto il Pd è in un angolo. O ne esce oppure salta in aria».

E come ne può uscire?

«Partiamo da quel che è successo. Il Pd ha avuto una strategia. perdente in quasi tutto. Ha inseguito le formule e i tatticismi regalando la leadership della discussione una volta a Grillo, una volta Berlusconi. Ha rincorso e non ha guidato. Questa è una settimana decisiva per imprimere una svolta».

Intende dire per la formazione del governo?

«Guardi, io sono rimasto sgomento e disgustato per gli insulti ai parlamentari da parte dei grillini. Io difendo Franceschini e Fassina. Ogni forma di violenza va condannata, ma dobbiamo essere noi a uscire dall’impasse.  Il PD dica che governo vuole, eviti le formule. La smetta con gli aggettivi e inizi con i sostantivi. Si faccia avanti con le sue idee. E le imponga al nuovo governo».

Lei ha qualche suggerimento?

«Il problema, quello vero, è il lavoro. Basta con le discussioni tecniche, basta annunciare provvedimenti di legge che poi non si realizzano mai. Bisogna semplificare e sburocratizzare. Nei primi cento giorni di governo si semplifichi la normativa sul lavoro, si proceda con gli sconti fiscali per i neo assunti. La riforma Fornero è un papocchio, non ha agevolato alcunché».

Vuole misure più liberiste?

«Io voglio qualcosa che crei più occupati, che consenta ai giovani di trovare lavoro e di non essere sballotati tra stage e apprendistato. Su questo si può coinvolgere tutto il partito».

Ma il nodo non è come creare di posti lavoro ma come si licenzia. È l'articolo 18.

«Quando il paese la smetterà di discutere di questo e inizierà a parlare dei 450 mila nuovi disoccupati, allora tutto si potrà risolvere. Il resto è ideologia. Le aziende stanno chiudendo. Dobbiamo semplificare liberando le energie. Il Paese è paralizzato, i cittadini stanno soffrendo. Questa è la vera emergenza».

I cittadini veramente chiedono anche di con-dividere i sacrifici.

«Io dico: taglio netto non ai costi ma ai posti della politica. Via il finanziamento pubblico dei partiti. Trasparenza nelle spese dei partiti e della Pubblica amministrazione. Io non voglio darla vinta ai grillini. Sugli "open data" siamo più bravi noi. La trasparenza non è lo streaming, non è il Grande fratello, non è la morbosità ma è rendicontare le spese. È sapere cosa ci fa Grillo in Costa Rica».

E tutto questo Io si può fare con un governo insieme a Berlusconi?

«Non mi interessa questa discussione sulle larghe intese o su Berlusconi. Non mi preoccupa il Pdl, con loro abbiamo già fatto un governo. Pensiamo a quel che si deve fare. Tutti sanno che io sono per andare a votare subito, ma è evidente che dopo la conferma di Napolitano al Quirinale le urne sono improbabili. Vogliamo continuare a parlare di questo o di cosa fare? Io preferisco indicare le priorità, altrimenti buttiamo altri giorni preziosi».

Quanto tempo può durare questo esecutivo?

«Il meno possibile. Diamoci un tempo. Ma se in sei mesi o un anno realizza un po' di questi interventi, ci guadagna il Pd e il Paese».

Chi dovrebbe presiederlo?

«Intanto mettiamoci la faccia. Non si abbia paura di tutto, non seguiamo i grillini. Mettiamoci la faccia e diciamo noi quel che va fatto. Poi può presiederlo anche uno d'area centrosinistra, un tecnico o un politico. Certo deve appartenere al nostro mondo, deve essere una persona stimata e godere di consenso. E comunque dimostriamoci leader e non follower. Non si può essere terrorizzati da un tweet. Al primo cinguettio c'è qualcuno che se la fa addosso. Io voglio che i democratici diano la linea al web e non viceversa. I nostri militanti, quelli che si sacrificano, i volontari non vogliono che i loro leader siano impauriti. Non vogliono un partito succube. Puntiamo sulla trasparenza, aboliamo le province, abbattiamo le burocrazie, organizziamo una lotta all’evasione fiscale a tutto campo. Andiamo in Parlamento e vediamo chi è contro, se ne assumeranno la responsabilità».

Ma il suo partito ora è decapitato. Come può « riuscire a imporre uno sforzo di questo tipo?

«Basta non farsi prendere dal panico, e indicare un progetto. Il Pd ha tanti deputati (forse non ne avrà più così tanti), Scelta Civica è disponibile a contribuire. Una base parlamentare c'è».

Perché non fa lei il premier?

«Il capo del governo lo sceglie il Presidente della Repubblica con le convergenze che si realizzeranno. Il problema quindi non si pone. Il punto è rendere più smart l'Italia. E più aperta».

In che senso?

«Parlavo nei giorni scorsi con Soru e mi diceva che Amazon in Sardegna sta assumendo 600 persone, è l'equivalente della Carbosulcis e nessuno se ne occupa. Google investirà qui nel 2014 due miliardi. Se può discutere? Gli immobili inutilizzati dello Stato possono essere venduti. Se ne può parlare? Gli italiani non toccano i loro soldi perché hanno paura. Vogliamo fare qualcosa? In cento giorni è possibile far partire una n uova luna di miele con gli italiani. Ma se si fa quel che è giusto».

Lei però deve farei conti anche con Beppe Grillo che definisce un golpe l'elezione di Napolitano ed espone al pubblico ludibrio qualsiasi progetto.

«Quello è il massimo del centralismo antidemocratico. Dice delle castronerie incredibili, sfidiamolo. Se facciamo le cose, sconfiggeremo anche i grillini. Abolire il finanziamento pubblico non è uno scalpo è la riconciliazione con l'opinione pubblica. I1Pd vince se riesce a essere il centro del cambiamento».

Insomma lei si candida a guidare il suo partito.

«La mia ambizione è cambiare l’Italia e cambiare un partito che riflette sul suo ombelico».

Si candida o no?

«Non so come, non so quando ma io ci sono. Ora non voglio aprire un dibattito su di me, non sono in cerca di una seggiola. Io in questo partito ci sono e ci resterò con Fassina e con Orfini. Non mi candiderò per il gusto di candidarmi. Bersani ha vinto alle primarie ma la sua linea è stata sconfitta. Il partito vuole vincere con una linea diversa? Io ci sono. Vuole proteggere solo la sua classe dirigente? Non ci sono. Vuole cambiare l'Italia? Allora cambiamo il partito per cambiare l'Italia e io ci sono. Rifondiamolo con un riformismo che scalda i cuori, con un'anima. Dobbiamo essere capaci di esprimere un nuovo racconto».

In questo percorso c'è spazio anche per Fabrizio Barca?

«Non ho capito qual è il suo progetto. Ci vedremo. lo voglio un partito che coinvolga le persone e le speranze ideali. Un partito concreto. Su questo anche Barca ben venga».

Il ministro ha ipotizzato di sdoppiare la guida del partito dalla premiership.

«Non è un problema. lo preferisco il modello classico, ma sono pronto a dialogare. Purché alcuni presupposti siamo chiari».

Quali?

«Si prenda atto che Grillo con parole d 'ordine tipo "golpetto" va preso sul serio. Sfidiamolo dicendogli "sei un infingardo". Tu parli e noi lavoriamo per davvero. Poi Vendola: lui è fuori. Apra il cantiere a sinistra. Una formazione alla mia sinistra non mi fa paura. Noi siamo il Partito Democratico di Obama, di Hollande, di Clinton. Siamo il partito democratico che vince le elezioni».

Un partito di sinistra?

«Certo, un partito riformista e non massimalista. Poi ho mandato un sms a Nichi. Gli ho detto: teniamoci in contatto. Mi ha risposto dicendomi che stava per spedirmi lo stesso messaggio».

Tenersi in contatto per provare a governare insieme?

«Ci penseremo al momento opportuno. Ora pensiamo ad altro. Di sicuro lui ha sbagliato sul Quirinale. Inaccettabile insistere su Rodotà davanti alla disponibilità di Napolitano, una figura di garanzia che ha dimostrato un incredibile senso di responsabilità. Doveva ritirarsi. E poi tutti sapevano che Rodotà non avrebbe comunque avuto i consensi per essere eletto».

Nel frattempo il centrosinistra ha silurato prima Marini e poi Prodi.

«Marini sarebbe stato un passo indietro. Ma quel tifo da stadio era sconvolgente. Io ho difeso Prodi a spada tratta. Non ho avuto paura del web. Il killeraggio nei suoi confronti è venuto da parte degli expopolari e degli ex Ds. Spero che questa sia stata l'ultima volta di un capo dello Stato eletto in questo modo».

In che senso?

«Spero in modalità diverse. Io sono per il sindaco d'Italia».

Vuoi dire l'elezione diretta?

«Perché no?».

Farà arrabbiare molti dei suoi colleghi di partito.

«Non so se quest'anno cela faremo perché è una modifica costituzionale. Ma perché non coinvolgere direttamente i cittadini evitando questo tifo da stadio? Credo che non ci sia niente di male. Il sistema semipresidenzialista è un punto di riferimento di larga parte della sinistra. Perché non da noi?»

Nei prossimi dodici mesi forse va cambiata prima la legge elettorale.

«Certo, io adotterei anche in questo caso il sistema dei sindaci. Si sa chi vince, funziona. Poi va bene qualsiasi altra soluzione che dia certezze sul vincitore. L'importante ora è fare qualcosa per gli italiani. Il mio obiettivo, le mie ambizioni sono meno importanti del successo del nostro Paese. L'Italia viene prima».

 

Mario Adinolfi: Barca? Partito novecentesco, con turchi, Sel e residuati di Ingroia (Italia Oggi, 13 aprile 2013)

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(Mario Adinolfi, foto da Wikipedia)

Il blogger Adinolfi, ex deputato Pd, avverte Renzi: rischia di strappare il biglietto vincente della lotteria

  • di Alessandra Ricciardi  

Quello che farà Fabrizio Barca sarà «un partito vecchio, novecentesco», in cui «confluiranno i turchi del Pd e i reduci comunisti, Sel e i residuati di Ingroia», dice Mario Adinolfi, blogger ed ex deputato democratico, di fede renziana.

Quanto vale il nuovo soggetto barchiano?

«Direi non più del 10, al massimo 15% dei consensi», insomma, «sarà un'ala marginale della politica italiana».

E se Barca raggruppa a sinistra, non è detto che sia Matteo Renzi a fare l'operazione al centro:

«Matteo rischia di bruciarsi, di strappare il biglietto vincente della lotteria che ha in tasca... deve uscire dalle logiche del partito». Un partito che «è politicamente già imploso».

Domanda. Ha letto le 50 pagine del programma di Barca?

Risposta. Più che una proposta politica, un trattato. Molto pretenzioso, ampolloso anche nel linguaggio.

D. Una parola che l'ha colpita?

R. Sperimentalismo, ripetuta per 4 volte. E io non ho capito per dire cosa.

D. Si parla della necessità di ritornare ai partiti.

R. Sono due i contenuti politici del documento: il no sostanziale alla cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti, che si dice debbano stare di più sul territorio. Io in verità nelle sezioni ci vedo spesso solo i pensionati... comunque si ignora del tutto la rete, se non addirittura la si irride,proprio un errore blu. E poi tornano i funzionari di partito, che Barca scinde dall' eletto, ma il fatto che lo pensi mi preoccupa, non dovrebbe esistere il funzionariato nel XXI secolo.

D. Non è tenero.

R. Il partito che delinea Barca è sostanzialmente vecchio, novecentesco, molto agganciato a primati del passato, parla poco di futuro. In sostanza rispecchia l'età di Barca. Che infatti, non a caso, non vuole che i politici siano giudicati in base alla carta di identità. Pensa alla sua...

D. Intanto Barca si candida a prendere le redini del Pd.

R. É l'unico elemento di novità vera di quel documento, Barca vuole essere un protagonista politico.

D. Ora tutto è vedere quanto può aggregare elettoralmente

R. Secondo me è un partito che vale il 10, massimo il 15%. Raggrupperà i turchi e i vari reduci comunisti sparsi, Sel e i residuati di Antonio Ingroia. Insomma una riedizione del Pci, sarà un'ala marginale della politica italiana.

D. Il Pd rischia la scissione a sinistra?

R. Bisogna mettersi d'accordo su cos'è il Pd. Quando io ho fatto la campagna elettorale per le elezioni del 2008, il Pd era chiaro cosa doveva essere, doveva unire varie anime, da quella liberale a quella cattolica, passando per i post socialisti. Le primarie per il parlamento hanno consegnato invece un partito bersaniano a Bersani, basta pensare del resto che i parlamentari eletti dal Pd sono 460, e di questi i renziani 48, ovvero il 10%. I popolari sono marginali. Del progetto iniziale non è rimasto nulla.

D. Visto che ama scommettere, a quando l'implosione del partito?

R. Ma guardi che politicamente è già avvenuta. Gente come Renzi o me, oppure Pietro Ichino che infatti è andato via, non ha niente a anche vedere con Stefano Fassina e lo stesso Bersani. Sono due cose diverse che stanno insieme solo tecnicamente, fino al prossimo congresso che si terrà ad ottobre.

D. In questo scenario, Bersani che ruolo gioca?

R. Pier Luigi Bersani è l'Achille Occhetto di oggi, doveva vincere con la sua gioiosa macchina da guerra e invece ha fatto la figura di Occhetto. E farà la sua fine.

D. E che fa l'altro nastro nascente del Pd, Renzi? Scontro finale con Barca?

R. Sono due percorsi che andranno non a scontrarsi ma saranno alternativi e paralleli, secondo me. Ma Renzi deve stare attento. É partito benissimo, il suo progetto parla di futuro. Ora sta rischiando però di bruciarsi, di finire come tanti altri, di strappare il biglietto vincente della lotteria che ha in tasca.

D. Mi pare che Renzi le suoni spesso al Pd.

R. Renzi deve risolvere il problema edipico che ha ancora con il partito, le logiche interne possono distruggerlo, deve sottrarsi alla dialettica mortifera piddina.

D. Errori tipo?

R. Vedere Massimo D'Alema è inutile oltre che dannoso, lamentarsi che non è stato scelto come grande elettore del prossimo presidente della repubblica, che era operazione assai improbabile in partenza, è controproducente. Non capisco perché faccia così.

Chi è Mario Adinolfi?

Mario Adinolfi (Roma, 15 agosto 1971) è un giornalista, politico, giocatore di poker e blogger italiano.
(...)
Alle elezioni politiche del 2008 è candidato alla Camera con il Partito Democratico nella circoscrizione Lazio 1, al numero 18 della lista, risultando primo dei non eletti. Il 25 giugno 2009 si è candidato alla segreteria nazionale del Pd, presentando una mozione congressuale pubblicata su Europa, decide poi di confluire a sostegno di Dario Franceschini. Il 13 giugno 2012 diventa deputato subentrando a Pietro Tidei, dimissionario in quanto eletto sindaco di Civitavecchia.
Appoggia Matteo Renzi nella candidatura alle elezioni primarie per la premiership del centrosinistra. Nell'ottobre 2012 si candida alle primarie del centrosinistra,indette per eleggere il candidato Sindaco di Roma ma l'11 dicembre 2012 ritira la candidatura decidendo di appoggiare Paolo Gentiloni.

Alla vigilia delle elezioni politiche italiane del 2013 lascia il PD e aderisce all'Agenda Monti per l'Italia.

 

Crescono le frodi nelle aziende Ue. L'Italia tra i Paesi più corrotti (MF, 4 aprile 2013)

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Il 67% delle frodi aziendali che colpiscono le imprese europee sono compiute dall'interno. Per l'Italia il maggiore problema è la corruzione: tanto che in Europa l'Italia risulta il secondo Paese più corrotto

  • di Mauro Romano

Crescono per il secondo anno consecutivo le frodi commesse da dipendenti interni alle aziende.
A rilevarlo è il Global Fraud Report curato da Kroll Advisory, giunto alla sesta edizione e realizzato in collaborazione con l'Economist Intelligence Unit.
(Nota: è possibile aver eil rapporto completo registrandosi gratuitamente sul sito di Kroll)
I dati rilevano che il 67% delle frodi aziendali che colpiscono le imprese europee sono compiute dall'interno.
A commetterle dipendenti e manager di ogni livello: junior, senior, addetti alle vendite e agli acquisti. E i numeri sono in costante crescita: nel 2011 le frodi interne sono state il 58% del totale, mentre nel 2010 il 54%. In generale le truffe continuano a essere un vulnus per le imprese europee. Lo scorso anno circa i due terzi delle società sono state infatti colpite da frodi nel 2012. Un dato superiore alla media mondiale che è del 61%.
Quanto all'Italia il maggiore dei problemi è la corruzione.
Secondo Kroll sono infatti sempre più numerose le aziende che si strutturano e affrontano al loro interno il tema della corruzione, in modo particolare fornendo una specifica formazione agli impiegati e agli agenti. Ma se nel resto del mondo i reati di corruzione sembrano essere in calo l'Italia sembra non avere ancora trovato la sua dimensione. Tanto che in Europa l'Italia risulta il secondo Paese più corrotto.

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Start-up, Parigi «sorpassa» Londra (Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2013)

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  • Fonte: online  e in pdf  su Politecnico di Torino

di Marco Moussanet
Le capitali europee della digital economy / 1. Il capoluogo dell'Ile-de-France leader europeo nell'Ict grazie a un mix di iniziativa privata e politiche pubbliche
Nel cuore della città un quartiere incubatore di imprese innovative mentre sta per nascere una Tech City

Fleur Pellerin, vice-ministro con delega all'Economia digitale, ha annunciato nei giorni scorsi che ben presto anche Parigi avrà la sua Tech City, sull'esempio di quella creata nel 2010 a Londra. Sarà il frutto della riconversione della Halle Freyssinet, straordinaria struttura realizzata nel 1927 e fino a poco tempo fa centro di smistamento dei pacchi delle Ferrovie: 25mila metri quadrati alle spalle della stazione Austerlitz, in grado di ospitare mille start-up.
Bene, commentano i protagonisti vecchi e nuovi dell'imprenditoria hi-tech, perché la capitale francese ha effettivamente bisogno di un simbolo, anche fisico, per realizzare una grande operazione di marketing, di comunicazione. Come Londra sa fare così bene.
«Senza però ignorare - dice Jean-Louis Missika, il braccio destro del sindaco Bertrand Delanöe per l'innovazione - che Parigi è già la capitale europea dell'industria creativa e dell'economia digitale». E snocciola le cifre: «A Londra ci sono circa 1.300 start-up nel settore dell'Ict, la tecnologia dell'informazione e della comunicazione, mentre noi ne abbiamo oltre 1.800. Tra la Parigi intra-muros e la prima cintura ci sono più di 400mila persone che lavorano in questo settore, rispetto alle 100mila di Londra». Sfila da una pila di documenti un foglietto con le anticipazioni di uno studio che la Commissione europea si accinge a pubblicare sui poli d'eccellenza dell'Ict. Parigi è al primo posto, seguita da Londra e Monaco (non Berlino, sorprendentemente).
Non è solo una questione di quantità. Già un paio di anni fa la rivista Wired aveva sottolineato la vitalità e il dinamismo di Parigi. Mentre nell'ultimo rapporto di Deloitte sulle 500 imprese europee a crescita più rapida nel variegato e ampio mondo dell'Ict, la Francia è per il terzo anno consecutivo il Paese con il maggior numero di aziende (90 nel 2012, davanti alla Gran Bretagna con 74 e alla Svezia con 55). Ed è un'impresa parigina a guidare, nettamente, la classifica per società (Criteo, con un aumento dei ricavi del 202.000% negli ultimi cinque anni). La capitale francese piazza poi altre due start up (Deezer, musica on demand, e Sewan, geolocalizzazione degli amici) tra le prime dieci.
«L'idea della Tech City - sostiene Marie-Vorgan Le Barzic, direttrice dell'associazione Silicon Sentier - va benissimo, purché la politica non dimentichi mai che il suo compito, soprattutto in questo campo, è quello di accompagnare la straordinaria trasformazione culturale in corso, grazie ai giovani della generazione internet. Di creare insomma un ecosistema favorevole per persone che hanno bisogno soprattutto di libertà, evitando l'atteggiamento dirigista purtroppo tipico di questo Paese. Inoltre Parigi ce l'ha già, il suo quartiere dell'economia digitale».
Il Sentier, appunto. Dove negli ultimi anni - grazie alle ottime connessioni e agli spazi lasciati liberi dai grossisti dell'abbigliamento - le start-up dell'Ict sono spuntate come funghi. L'emblema di questo fenomeno è Palais Brongniart, l'ex sede della Borsa. Dove una volta c'erano i trader e le corbeilles ora ci sono un incubatore d'imprese (Le Camping) e la neonata Scuola europea dei mestieri di internet (Eemi), nata dopo il 2010 su iniziativa di tre grandi nomi dell'hi-tech parigino: Xavier Niel, il proprietario di Iliad che con Free ha sconvolto il mercato francese delle telecomunicazioni; Jacques-Antoine Granjon, l'ideatore degli eventi e-commerce di Vente-privée.com; Marc Simoncini, il fondatore del sito di incontri Meetic. Tre anni di corsi (con 12 mesi di stage) per 100 studenti all'anno a 8mila euro. Lo stesso Niel sta per inaugurare una scuola gratuita per formare mille geni dell'informatica.
Tra Sentier e dintorni - oltre agli store di Apple e eBay - ci sono le sedi di Free e di Meetic, di Deezer e PriceMinister (il marketplace con il sito garante della compravendita creato da Pierre Kosciusko-Morizet, fratello della candidata della destra alle comunali di Parigi dell'anno prossimo, Nathalie). C'è il quartier generale europeo di Google, aperto nel 2010 con un investimento di 100 milioni. C'è la nuovissima sede di Criteo, leader mondiale della pubblicità mirata (in sei millesimi di secondo fanno comparire sul sito che hai appena aperto la pubblicità di un prodotto per il quale hai mostrato interesse nell'ultimo mese). C'è La Cantine, il primo spazio parigino di co-working.
Questa vera e propria frenesia da start-up degli ultimi anni è ovviamente merito dei privati, ma il pubblico non è certo stato alla finestra. Fin dalla sua prima elezione a sindaco, nel 2002, Delanoë ha scommesso sull'economia digitale. Ma c'è stata un'accelerazione nel 2008, con l'arrivo di Missika (ex vicepresidente di Iliad) e la decisione di riversare su questo settore gli investimenti già programmati per le Olimpiadi 2012 (assegnate a Londra). Risultato: 600 milioni nel primo mandato e 1 miliardo nel secondo, con la realizzazione di 27 incubatori per 100mila metri quadrati totali, in grado di accogliere fino a 800 start-up.
È proprio in uno di questi, Agoranov, che ha preso forma, nel 2005, Criteo. La success-story della collaborazione pubblico-privato. Attiva dal 2008, dopo tre anni di ricerca sugli algoritmi, ha chiuso il 2011 con 140 milioni di fatturato (per il momento la società, che si prepara alla quotazione, non fornisce cifre più aggiornate) e ha 800 dipendenti (350 a Parigi, gli altri nei 15 centri sparsi nel mondo, quattro dei quali negli Stati Uniti), tra cui 300 ingegneri.
Già, gli ingegneri. Eccolo, uno dei punti di forza di Parigi, forse il principale. «In Francia - spiega Olivier Mathiot, co-fondatore di PriceMinister - c'è sempre stata una grande valorizzazione della cultura scientifica e abbiamo ottime università di ingegneria. Oltre che di matematica. Con una fortissima concentrazione a Parigi».
Non scordiamoci che qui è nato, alla fine degli anni Settanta, il Minitel, in qualche modo un antenato del web. E che l'inventore delle carte con il chip, nel 1974, è stato un francese.
«Abbiamo pure eccellenti università commerciali e di marketing - aggiunge Mathiot - che in questi ultimi anni hanno lavorato molto e bene nello sviluppare spirito imprenditoriale tra i giovani. C'è poi stato un effetto d'imitazione, moltiplicatore, con il successo di alcuni imprenditori dell'internet economy». E dell'hi-tech in genere, con società che hanno ormai abbandonato da tempo lo status di start-up. Realtà come Dassault Systèmes, leader nella digitalizzazione e nel 3D. O Gemalto, numero uno mondiale delle carte a chip, che da pochi mesi ha spodestato Alcatel Lucent dalla lista del Cac40. O ancora il sito di video Dailymotion, sul quale ha messo gli occhi Yahoo! per fare concorrenza a YouTube di Google.
«Tra le debolezze - prosegue Mathiot, che è stato uno degli animatori del movimento dei "piccioni" contro la supertassazione delle plusvalenze sulle cessioni d'impresa - c'è una fiscalità dissuasiva e instabile. Anche se forse qualcosa sta cambiando, almeno al ministero dell'Economia».
«Non sono mica scemi», dice Missika. «Sanno benissimo che questi giovani possono andare a farsele da un'altra parte, le loro start-up. Sono sicuro che l'anno prossimo ci sarà un'inversione di rotta sulle Pmi innovative».
Chissà, forse lo status particolare che auspica il fondatore di Criteo Jean-Baptiste Rudelle. In modo, per esempio, da poter distribuire azioni gratuite senza oneri, una necessità per le start-up e per trattenere e coinvolgere i talenti. Anche se Rudelle, pur riconoscendo i vantaggi competitivi di Gran Bretagna o Stati Uniti, non si lamenta affatto. Anzi. «Bisogna distinguere - spiega - tra fiscalità sui redditi personali e sulle società. Per le piccole imprese ad altissima tecnologia, che fanno molta ricerca, com'è il nostro caso, il trattamento fiscale francese, tra tassi agevolati e credito d'imposta, non è per niente male. Il vero valore aggiunto di Parigi è però quello delle risorse umane e delle competenze tecnologiche. A Parigi trovo tutti gli ingegneri che voglio, ben preparati, poco costosi e fedeli. A Palo Alto sono pochi, costosi e mobili».
La capitale francese è invece nettamente in ritardo sul terreno del venture capital: i grandi fondi stanno a Londra, oppure sono americani che privilegiano comunque il mercato inglese. Per ragioni storiche e, ancora una volta, fiscali. Qualcosa sta cominciando a muoversi con i fondi d'investimento creati da molti degli imprenditori di successo del web, che spesso hanno rivenduto a caro prezzo le loro società (Simoncini e Kosciusko-Morizet). Grazie a loro, ai Niel e ai Granjon, sono ormai centinaia le start-up che hanno ricevuto un aiuto finanziario per provare a decollare. Un primo passo. Insieme alla Tech City, Parigi ha urgente bisogno di creare un ambiente più accogliente per investitori che oggi sono troppo spaventati dal fisco, dalla burocrazia, dalle rigidità del mercato del lavoro. Per essere una vera capitale della nuova economia non basta essere digital friendly, bisogna anche essere business friendly.

Gli ostacoli

Per incentivare ulteriormente gli investimenti serve creare un ambiente più favorevole al business su fisco, burocrazia e mercato del lavoro

Le due facce della Ville Lumière

Punti di forza

1 La valorizzazione di cultura e formazione scientifica, in particolare nei settori dell'ingegneria e della matematica, con ottime università.
2 Il ruolo svolto da Comune e Regione Ile-de-France, che - a cominciare dal sindaco Bertrand Delanoë - hanno investito molto sugli incubatori per le start-up.
3 L'esperienza accumulata con il Minitel, un servizio telematico francese di videotex accessibile attraverso la linea telefonica POTS, sorta di antenato di internet nato alla fine degli anni 70.

Punti di debolezza

  1. Una fiscalità sfavorevole agli investitori spinge quelli francesi ad andarsene e quelli internazionali a non venire.
  2. La debolezza del venture capital. Nonostante la recente nascita di fondi di investimento francesi, i grandi investitori privilegiano Londra.
  3. La burocrazia spaventa ancora gli investitori, insieme a un mercato del lavoro caratterizzato da un'eccessiva rigidità: in questo senso l'ambiente non è sufficientemente "business friendly".

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